A&P Chronicles 2003-2004 (I, 2)

Act'n Play

Dal diario di Gawain "Corvo Nero" Caradrim - 23 Aprile 2010
Parte I, Capitolo 2: La "Divina Speranza"
Seduta del 17 Settembre 2003

Dal diario di Gawain "Corvo Nero" Caradrim - 23 Aprile 2010
Parte I, Capitolo 2: La "Divina Speranza"
Seduta del 17 Settembre 2003

La "Divina Speranza"

fui
svegliato di soprassalto da un baccano infernale. Una banda di musicisti al
completo, con tanto di trombe, tamburi e tutto il resto, era in piena parata
proprio dentro la casa di Polgrim! 

-
Polgrim! - urlai. - Permetti che si faccia questa intrusione in casa tua?

La
confusione si combinava in modo micidiale con il mal di testa, dando vita ad
una situazione insostenibile che mi fece scattare. Prima ancora che i nani
reagissero, corsi verso uno dei musicisti e gli sferrai un calcio, con il
solo risultato di fendere l'aria e ruzzolare a terra sulla schiena.

Thorin
intanto, afferrato un boccale, lo scagliò contro uno degli uomini
colpendolo alla testa, ma senza che questo ne risentisse in alcun modo
evidente. Ancor più imbestialito di prima per la caduta, afferrai una panca
rialzandomi e preparandomi a spaccarla sulla schiena del primo che mi fosse
capitato a tiro, quando venni colpito alla nuca da uno sgabello lanciato da
Polgrim.

-
Che giornata di merda! - esclamai, restando a terra intenzionato a non
occuparmi oltre della banda. 

-
Warnom, la situazione sta degenerando! - sentii gridare Adesir. - Fà
qualcosa!

Improvvisamente
la banda scomparve. Non uscirno, non andarono via, semplicemente svanirono.
Nel nulla, come non fossero mai esistiti. Adesir aveva un'espressione a
metà fra il divertito ed il preoccupato, mentre mi massaggiavo la testa,
avvertendo il bozzo del bernoccolo che si gonfiava. I nani rimasero
immobili, uno con un boccale, l'altro con un candeliere in mano. 

Il
sorriso divertito di Warnom ci fece capire che si era trattato del suo modo
di darci la sveglia. 

Era
l'alba.

ci
preparammo per l'escursione annunciata da Warnom, anche se io fui il solo a
voler portare con sé l'equipaggiamento completo. Le sorprese improvvise
durante le nostre "giornate normali" erano state così tante che
non mi sarei più fatto trovare impreparato, a costo di passare l'intera
giornata in rotaia con l'armatura indosso.

Percepimmo
i primi segni del cambiamento lungo il tragitto per arrivare alla stazione.
Non v'era traccia della pigra e sonnacchiosa città dei nani che si beava
del suo tranquillo isolamento durato secoli. Ovunque fervevano le attività,
le strade erano ingombre di nani, ma anche da un gran numero di uomini e
gnomi che sembravano averla invasa, tanti erano. E quell'intensa operosità
doveva essere durata ininterrotta anche nella notte, a giudicare dai rumori
che mi tornarono a memoria negli sprazzi di lucidità del mio sonno ebbro.
Tutti sembravano avere qualcosa da fare.

Nuove
costruzioni erano state erette dove prima non ce n'erano, altre avevano
preso il posto di quelle precedenti, altre ancora erano state modificate,
innalzate, fortificate. Argani, pulegge, cavi, ruote dentate e strani
macchinari dallo scopo per me incomprensibile erano presenti un po' ovunque,
e molti si avvicendavano a manovrarne i congegni, indaffarati e con i volti
seri.

-
La città non può più basarsi sul commercio per il proprio sostentamento -
spiegò Warnom, notando i nostri sguardi curiosi. - Ora che fuori ci sono
solo themaniti, i nani ed i nuovi abitanti di Bar-Arghaal hanno dovuto
tornare a produrre da soli ciò che gli serve. Come vedrete dopo, questa non
è che una piccola dimostrazione del fatto che se i nani non fanno una cosa
è solo perché non gli va, non perché non sappiano farla...

Le
sue parole rimasero sospese senza commenti, mentre soppesavamo il senso di
quell'ultima frase. Effettivamente, questi nani ed i loro ospiti sembravano
gente molto diversa da quella che abitava la Bar-Arghaal di quattro anni
prima. Le difficoltà e gli stenti, la prospettiva di un lungo assedio e di
una capitolazione per esaurimento dei viveri avevano dunque risvegliato un
orgoglio che li metteva in grado di realizzare prodigi come quelli che
vedevamo? Questi erano i veri nani che mi aspettavo fin dalla prima volta,
pensai fra me e me.

prima
di arrivare alla piattaforma di partenza della rotaia passammo alcuni posti
di blocco le cui pattuglie erano miste di nani e umani, ma non ci furono
fatti problemi. Anche quella era una novità. Infine, giungemmo alla meta,
dove trovammo ad attenderci Shair, Guglielmo, Kolod e Morick. Notai allora
che Shair trattava con una certa freddezza il suo presunto parente, ma non
c'era tempo per indagare e fummo rapidamente invitati a bordo della cabina
mobile. Il viaggio iniziò subito, come sempre senza scossoni o vibrazioni,
a testimonianza dell'incredibile opera di ingegneria che era la rotaia
nanica.  

Presto
ci trovammo sospesi sul vuoto, agganciati solo alle funi di traino che
costituivano il solo legame fra noi e la terra ferma. Sotto la cabina,
Bar-Arghaal era lontana centinaia di braccia, oltre i possenti piloni di
sostegno che si ergevano di tanto in tanto, la cui imponenza era tale da
lasciar supporre che fossero stati gli dei stessi a piantarli nel cuore
della terra.

Dall'alto,
Bar-Arghaal appariva ancor più operosa di quanto avevamo visto dalle
strade. Il brulichio di uomini, nani e gnomi la faceva sembrare un
gigantesco formicaio che non conosceva riposo, in cui ciascuno aveva il suo
compito. I fumi delle fucine si levavano verso l'alto, enormi argani
spostavano massi giganteschi da una parte all'altra, bagliori improvvisi
balenavano quà e là, probabili effetti delle magie operate dagli gnomi per
i loro lavori. 

Alzando
lo sguardo, compresi che nulla era rimasto immutato in quei quattro anni.
Porzioni interne della montagna stessa erano state colonizzate per far
spazio ai nuovi rifugiati provenienti dal mondo esterno in numero sempre
maggiore. Nuove gallerie minerarie avevano perforato la roccia violentandola
con intrichi di piste ferrose lungo le quali correvano carrelli di metallo
che portavano il materiale estratto alle fucine. Nuovi camminamenti,
viadotti, percorsi sospesi che li collegavano inersecandosi a varie altezze,
ovunque la mano degli abitanti di Bar-Arghaal aveva lasciato le sue nuove
impronte. Quelle di una comunità che dopo secoli di isolamento tornava a
lavorare, con immutata perizia, per la propria sopravvivenza.

Anche
i bastioni esterni, lungo le cime delle montagne esterne, erano stati
modificati, come notammo dopo un paio di clessidre di viaggio, quando li
avvistammo. Le mura di pietra erano state innalzate e fortificate, e laddove
prima stavano poche sparute sentinelle, ora risiedevano intere guarnigioni
in armi, sempre pronte a dover fronteggiare un nemico soverchiante.

Sorpresi
ed ammirati da tanto spettacolo, non vi fu occasione di parlare durante il
viaggio, se non per scambiarsi fugaci commenti su ciò che vedevamo e
indicarsi a vicenda questa o quella meraviglia inaspettata. Ad una domanda
di Adesir, Shair rispose che presto ci avrebbero mostrato qualcosa per la
quale aveva valso la pena dormire per quattro anni, ma non volle rivelare
altro. Poi, improvvisamente, la cabina entrò all'interno di una montagna.

Dopo
un breve tratto al buio, rischiarato da qualche fonte luminosa disposta a
intervalli regolari, giungemmo ad una piattaforma intermedia dove alcuni
inservienti si diedero da fare per agganciare un misterioso congegno alle
spalle della cabina. Quindi, dopo pochi istanti, ci rimettemmo in movimento
e ci accorgemmo che andavamo ora in discesa, aumentando progressivamente la
velocità fino a che mi sembrò quasi superiore a quella di un cavallo
lanciato al galoppo. 

Durante
uno dei brevi tratti fiocamente illuminati colsi con lo sguardo Morick che
prendeva la mano di Adesir. Reagii istintivamente, e appena sopraggiunse il
tratto buio seguente, non seppi trattenermi dal dare uno schiaffo all'uomo,
il cui rumore risuonò nella cabina. La luce successiva mostrò Morick che
si tamponava il viso con un fazzoletto, e lo sguardo contrariato di Adesir,
l'unica che probabilmente aveva capito tutto. Infatti, appena fummo
nuovamente al buio, ricevetti un pestone sul piede la cui provenienza
giudicai superfluo indagare.

Nel
frattempo, i nani sembravano agitati e perplessi, e iniziarono a
congetturare sulla direzione, ipotizzando dove potessimo trovarci.

-
Secondo me, stiamo varcando i confini del Bar-Arghaal - disse ad un tratto
Thorin, più stupito che altro. - Stiamo andando in direzione del mondo
esterno!

dopo
qualche tempo, per i nani fu chiaro che viaggiavamo sotto terra e dovevamo
trovarci ormai in prossimità della costa esmeldiana. Un fatto sconcertante
anche per loro, dato che mai la rotaia era stata usata in precedenza per un
tragitto così lungo e soprattutto sotterraneo.

-
Ma non si era detto che era impossibile uscire da Bar-Arghaal? - chiesi,
rivolgendomi a Warnom.

-
E' impossibile, infatti - fu Shair a rispondere. - A meno che non si conosca
questa via, assolutamente segreta. Quando i nani completarono il
ritrovamento degli altri cunicoli scavati dai themaniti per invadere
Bar-Arghaal, fu deciso di sigillarli tutti tranne uno, questo, che fu usato
per ripagarli della stessa moneta. In pratica, quella che doveva essere una
loro via d'ingresso è stata trasformata invece in una nostra via d'uscita
verso il mondo esterno... ma eccoci arrivati, amici miei.

La
cabina si stava arrestando proprio in quel momento su una nuova piattaforma,
dopo un viaggio la cui durata mi era sembrata breve per le numerose
sorprese, ma che doveva aver richiesto in realtà parecchie clessidre. Ad
attenderci, notai alcuni uomini dall'abbigliamento marinaresco, fra i quali
si stagliava una figura in primo piano che ci venne a ricevere non appena le
porte furono sbloccate.

-
Benvenuti a Nuova Speranza, io sono Okharl II° - disse l'uomo, che ora
notai essere completamente calvo. Una vistosa cicatrice gli attraversava il
viso attraversando l'occhio sinistro, chiaramente non più utile.

Scendemmo
dalla cabina e ci riunimmo sulla piattaforma, dopo aver stretto la mano
dell'uomo che ce la porgeva uno ad uno calorosamente, con un sorriso
amichevole sul viso sfregiato. Quindi fummo invitati a proseguire attraverso
un'apertura che dava su una seconda grotta, che dal bagliore doveva essere
illuminata. Nessuno avrebbe potuto essere preparato a ciò che vedemmo.

La
caverna era una sorta di molo sotterraneo, la cui acqua marina brillava di
una intensa luce azzurra di provenienza sconosciuta. L'ampiezza della grotta
era tale che ogni rumore echeggiava amplificato dalle pareti rocciose, e la
sola uscita visibile appariva lontana e piccolissima, sebbene dovesse essere
di grandi dimensioni anch'essa. Una moltitudine di individui, fra cui
numerosi gnomi, era affaccendata attorno e all'interno della gigantesca nave
ormeggiata. Era il vascello più grande che avessi mai visto, oltre duecento
braccia di lunghezza, ma non aveva alberi né velatura ed era interamente di
metallo. Ai due fianchi della nave stavano due gigantesche ruote più alte
delle murate stesse, in coda un enorme tubo di metallo fuoriusciva dal
castello di poppa, mentre a prua un gigantesco rostro si trovava sotto
un'enorme polena le cui braccia si allungavano lungo i fianchi fin quasi
alle ruote. Sotto il castello di prua, il nome "Divina Speranza"
risplendeva, inciso nel colore dell'oro, testimoniando il nome dato a quella
straordinaria opera d'ingegno.

-
Un carro galleggiante... - disse Polgrim, evidentemente stupito. Thorin era
a bocca aperta e non diceva nulla, come la maggior parte di noi.

-
Ti garantisco che è proprio una nave - gli rispose Kolod, visibilmente
divertito al nostro stupore.

-
Ma non può galleggiare - obiettai, - è tutta di ferro!

-
Infatti, ha le ruote, quindi è un carro, magari un carro navigante -
Polgrim completò il pensiero, suscitando il sorriso di più d'uno dei
nostri accompagnatori.

-
Se avrete la gentilezza di seguirci a bordo, vi mostreremo la nave da vicino
- disse Okharl indicando il pontile, così che possiate chiarire tutti i
vostri dubbi.

il
pontile non era ancora completato, così come era evidente che la nave
stessa era ancora in costruzione, anche se il più sembrava fatto.
Avvicinandomi constatai che probabilmente la nave più grande che avevo
visto fino a quel momento, accostata alla Divina Speranza, sarebbe stata
lunga un terzo, e le sue murate sarebbero state alte circa la metà. Lungo
le fiancate, numerose feritoie lasciavano supporre che il vascello fosse
progettato anche per la guerra.

Una
volta saliti sul ponte di coperta, compresi che si trattava di una vera e
propria nave da guerra in piena regola, come era evidente dalle numerose
catapulte e baliste che erano state imbullonate alla tolda. Accanto alle
macchine da guerra, erano stati progettati vani di carico che consentivano
di avere a portata di mano i vari tipi di proiettili, i quali potevano
essere chiusi da portelli rinforzati in caso di necessità.

-
Eppure non può navigare, essendo tutta di ferro, probabilmente cammina
sulle grandi ruote... - continuava a obiettare Polgrim.

-
Ti sbagli, amico nano - fu uno gnomo a rispondergli. - Vedi, ogni corpo in
acqua muove una quantità d'acqua pari al proprio peso, e per quanto sembri
impossibile, questa nave sposta più acqua di quanto pesa, dunque riesce a
galleggiare!

Il
volto di Polgrim divenne una maschera di pietra, mentre lo gnomo lo
osservava fiero e sorridente. Per quanto mi riguardava non avevo capito
nulla, ma certo dopo la nostra avventura all'Ultima Frontiera, se uno gnomo
diceva che la Divina Speranza poteva galleggiare, ero propenso a credergli,
che si trattasse di ingegneria o più probabilmente di magia.

-
Comunque non si può muovere - tentò di obiettare ancora Polgrim - non ha
le vele e non immagino che animali possano trainare questo carro...

-
Ora vi mostreremo la Sala di Spinta - annunciò Okharl, avviandosi verso
l'ingresso del castello di poppa facendo segno di seguirlo. - E' dove
risiede il congegno che fa muovere la nave, senza bisogno di vele o traini
animali.

La
cosiddetta Sala di Spinta era un ambiente enorme e surriscaldato,
completamente invaso di gnomi intenti a manovrare strumenti e congegni
meccanici. Una ventina di enormi stufe erano allineate al centro della sala,
con caldaie e tubi che fuoriuscivano da un lato per entrare in un altro,
più un condotto che sembrava convogliare tutte le uscite dei vari tubi in
un singolo tubo più grande, che era quello che avevamo notato dall'esterno.
Un enorme deposito di carbone occupava un lato della Sala di Spinta, mentre
il lato opposto, al di là delle stufe, aveva numerosi pannelli metallici
pieni di ruote, leve e altri misteriosi congegni. Dopo che ci liberammo (non
senza difficoltà) di uno gnomo che sembrò riconoscere Warnom e tentò di
coinvolgerlo in qualche baratto, ci venne presentato Donesh, il capo
ingegnere al lavoro in quella parte della nave.

-
Questi macchinari sono quelli che fanno muovere la nave - spiegò Donesh,
gesticolando con le sue mani grinzose e callose. - Il carbone serve a
riscaldare l'acqua nelle stufe, e il potere dell'acqua che si scalda mette
in movimento le ruote dentate, le quali a loro volta trasmettono il
movimento ad altri ingranaggi e alberi che infine fanno girare le grandi
ruote sui fianchi della nave... Le grandi ruote girano nell'acqua e spingono
in avanti la Divina Speranza. Semplice, no?

Pur
non avendo capito molto, colsi l'importanza della cosa. Se l'acqua poteva
muovere una nave semplicemente riscaldandola nelle stufe, non c'era bisogno
di rematori, non serviva il vento. La Divina Speranza era in grado di
muoversi sempre e comunque, a patto che potesse riscaldare l'acqua!

-
Ed è veloce questo tipo di spinta? - chiese Thorin, ammirato e incuriosito.

-
E' la più veloce che possiate immaginare - rispose Donesh, ammiccando. -
Secondo i miei calcoli, la Divina Speranza è cinque volte più veloce di
una normale  nave da trasporto, e almeno una volta e mezza più veloce
delle navi da guerra che conosciamo!

eravamo
estasiati di fronte a quel miracolo di ingegneria. Se le difficoltà avevano
aguzzato l'ingegno di nani, uomini e gnomi, quella era la dimostrazione più
palese di cosa potesse ottenere il semplice mettere in comune forze e
conoscenze. I nani, da sempre restii ad avventurarsi sull'acqua, nel momento
della necessità avevano elaborato un piano il cui elemento fondamentale era
una nave. Proprio vero, come diceva Kolod, che se i nani non fanno una cosa
è perché non vogliono, non perché non sanno farla!

Inoltre,
l'armamento della nave, ancorché incompleto, lasciava presupporre che essa
avrebbe avuto la meglio in un eventuale scontro occasionale con navi da
guerra themanite. Certo, da sola non avrebbe potuto fronteggiare un'intera
flotta navale, ma in fin dei conti l'elemento sorpresa giocava a favore
della Divina Speranza. Se gli gnomi non avevano sbagliato i loro calcoli, se
la velocità era quella stimata e se Themanis non aveva in cantiere navi
altrettanto evolute (ed era improbabile visto che l'ingegno degli gnomi non
era mai stato al suo servizio), il colossale vascello costituiva realmente
per noi un raggio di speranza, divina, per l'appunto...

Intanto
Okharl aveva ripreso a condurci per gli altri ambienti della nave, che ci
illustrò con dovizia di particolari.

-
Ed ecco i vostri alloggi - disse ad un tratto, indicandoci delle
confortevoli cabine che si trovavano sotto il castello di prua, all'interno
del quale ci eravamo spostati. 

- I
nostri alloggi? - chiese Polgrim.

-
Avete già deciso di metterci su questa nave o carro che sia? - Thorin
pestò i piedi per sottolineare il suo disappunto. 

Shair
spostò una sedia e si accomodò, invitandoci a fare altrettanto, nella
specie di salottino che faceva da ingresso alla sezione degli alloggi. Kolod
aveva ancora l'aria divertita di chi forse già pregustava la comica scena
in cui sarebbe stato necessario convincere i nani a salire a bordo per uno,
due e forse più mesi.

-
Come certamente vi è stato anticipato da Warnom - disse la donna - in
questi quattro anni non siamo stati fermi, e a parte ciò che avete visto
oggi, abbiamo fatto delle ricerche. In particolare Warnom stesso,
accompagnato da Daeron, ultimo elfo noto a essere rimasto, hanno cercato di
trovare informazioni e indicazioni che ci potessero essere utili. 

Thorin
sbuffò, alzando gli occhi verso l'alto, seccato. Gli posai una mano sulla
spalla, invitandolo a pazientare.

-
Oggi sappiamo - continuò Shair - che gli elfi hanno vissuto su questa terra
convinti di essere i custodi nominati dagli dei per proteggere e sorvegliare
le altre razze. Quando il loro compito si fosse esaurito, la loro ricompensa
sarebbe stata una sorta di terra promessa al di là dei confini noti del
mondo, una terra in cui vivere le loro lunghe esistenze alla loro maniera,
senza le contaminazione e le invadenze tipiche delle razze giovani, con le
quali non legarono mai del tutto a causa delle profonde diversità. 

 -
Io comunque non ci vado a buttarmi nel vuoto oltre le Mura di Ghiaccio!
sbuffò Polgrim.

-
Il fatto è - Shair continuò ignorando l'interruzione - che le notizie che
abbiamo avuto pare confermino quella che è anche una convinzione degli
Gnomi, ovvero che Terala non sia piatta, bensì sferica. Pare che gli stessi
testi elfici prevedessero una simile possibilità, al punto di supporre che
la loro terra promessa fosse  proprio al di là delle cosiddette Mura
di Ghiaccio che non sarebbero altro che porte di accesso. La volontà di
isolamento degli elfi e le leggende dei popoli potrebbero poi aver dato alle
Mura di Ghiaccio il significato che tutti noi conoscevamo fino a questo
momento.

Fece
una breve pausa per sondare le nostre reazioni, che furono nulle. Anche i
due nani, pur accigliati, si astennero dal commentare, avendo già detto la
loro opinione. Non sembravano convinti.

-
Le informazioni che Daeron e Warnom hanno ottenuto sono molto importanti per
noi - riprese la donna. - Secondo le nostre interpretazioni, le Mura di
Ghiaccio sarebbero dei portali che si possono aprire solo con tre apposite
chiavi, le cui tracce sono purtroppo andate perdute...

-
Bene, quindi non si possono aprire, ammesso che siano portali - intervenne
Thorin, risoluto. - Lasciatemi andare a Bar-Shamdar e torno con un esercito
di nani per combattere Themanis!

-
C'è un modo per ritrovare le chiavi - aggiunse Shair, ignorando il nano
ancora una volta. - Sembra che siano in tre luoghi differenti lungo una
rotta che fu riportata in un antico libro, nella Mappa delle Chiavi,
appunto. Il libro purtroppo era nella biblioteca del Duca di Bor-Sesirim, e
ora che la città è caduta, è nelle mani dei themaniti, anche se
fortunatamente loro non ne conoscono l'importanza. Ai loro occhi si tratta
solo di un volume fra tanti...

il
piano era ormai chiaro. La Divina Speranza ci avrebbe portati a trovare le
chiavi e poi alle Mura di Ghiaccio per rintracciare gli elfi e mettere
quindi fine al dominio di Themanis sul mondo. Ma la nave doveva essere
completata, occorrevano circa due mesi di lavoro, durante i quali avremmo
dovuto procurarci in qualche modo la Mappa delle Chiavi a Bor-Sesirim.

Il
fatto che Bor-Sesirim fosse ormai una città chiusa rendeva tuttavia di
difficile attuazione una nostra incursione per recuperare il libro o la sola
mappa che ci interessava. Fortunatamente, però, Shair era a conoscenza di
un particolare segreto di Thorin che tutti noi ancora ignoravamo: in passato
lui era stato sempre in grado di entrare e uscire dalla città senza essere
notato, grazie a qualche contatto che doveva avere sul posto. Per entrare
avremmo usato i suoi appoggi, restava da capire se ci avrebbero concesso di
entrare a tutti o solo alcuni, nel qual caso occorreva assolutamente il
malandato Warnom che era il solo in grado di riconoscere il libro,
probabilmente in virtù dei suoi recenti studi. Forse, alla fine, era solo
una questione di prezzo e Shari ci lasciò intendere che non sarebbe stato
quello il problema.

Non
avevamo altro da fare a Nuova Speranza. Avevamo visto ciò che dovevamo
vedere, ed avevamo saputo ciò che dovevamo sapere sui prossimi passi che ci
attendevano. Si trattava solo di mettere a punto i dettagli del piano, e lo
avremmo fatto una volta tornati a Bar-Arghaal, dove occorreva recuperare
l'equipaggiamento di chi non lo aveva con sé. 

Tornammo
alla rotaia e ci avviamo sulla via del ritorno. Fra me e me pensavo che il
problema più grosso non sarebbe stato entrare a Bor-Sesirim e uscirne con
il libro, né trovare le chiavi e superare le Mura di Ghiaccio. Il compito
più arduo, probabilmente, sarebbe stato convincere i nani a prendere il
mare a bordo della Divina Speranza..

Autore: 
the_goblin