A&P Chronicles 2004-2005 (III, 2)

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Le Cronache della Rinascita

dagli scritti di Aurelian il Vecchio - 26 Luglio 2120

Parte III, Capitolo 2: "La città degli orchi"

Seduta del 13/07/2004

Le Cronache della Rinascita

dagli scritti di Aurelian il Vecchio - 26 Luglio 2120

Parte III, Capitolo 2: "La città degli orchi"

Seduta del 13/07/2004

La città degli orchi 

foraeean
e Jack avevano osservato i compagni addentrarsi nella boscaglia con Adesson,
quindi dopo aver consumato una breve colazione aggiuntiva su suggerimento del
mezzuomo, erano risaliti sul carro, dove il vecchio aveva ammonito l'amico di
non disturbarlo se non per cose gravissime. L'anziano mago si era quindi
accoccolato a terra in una posizione alquanto singolare, aveva chiuso gli occhi
e disposto le braccia incrociandole sul petto, iniziando a concentrarsi sugli
esercizi di respirazione che perludevano all'inizio della sua meditazione. Jack
era rimasto ad osservarlo incuriosito per un po', ma dopo qualche istante,
notando che non accadeva nulla di emozionante, aveva iniziato a curiosare fra la
merce che si trovava sul carro e infine, insoddisfatto anche di questo, ne era
sceso per trovare qualche emozione nei dintorni.

Non
era passata neanche una clessidra quando l'emozione giunse, inattesa. Jack
avvertì dapprima qualche rumore appena accennato, poi comprese che qualcosa si
stava avvicinando da più lati, verso di loro. Balzò nuovamente sul carro e
iniziò a chiedersi se quella fosse una ragione gravissima per disturbare
Foraeean. Perse così qualche istante, ricontrollò all'esterno e infine ciò
che vide lo convinse del tutto.

-
Foraeean, dovresti vedere... - disse al vecchio, strattonandolo per una manica.
Foraeean non sembrava sentire, così ripeté la cosa, stavolta in modo più
energico. Il vecchio aprì un occhio, poi l'altro, osservò il compagno e
sbuffò.

-
Jack, ti avevo detto...

-
Lo so, lo so, ma secondo me è una cosa gravissima. Guarda fuori!

Lentamente,
il mago si rialzò, avvicinandosi alla parte anteriore del carro. Si sporse
all'esterno ed osservò per un istante, rabbrividendo. Una folla di orchi
si trovava ai margini della radura, tutto attorno al carro, in pieno assetto da
guerra. Corse al fondo del carro e osservò il lato opposto. Anche qui c'erano
orchi dapertutto. Erano completamente circondati. 

-
Accidenti! - esclamò,  in un moto di stizza, cercando di farsi venire
un'idea. - Puoi dare un'occhiata senza farti vedere troppo? Cerca di scoprire se
c'è una via di fuga... - Il mezzuomo annuì e scese dal carro attraverso la
botola passante per il doppio fondo, in modo da non dare troppo nell'occhio.

-
Scendete dal carro, umani! - intimò una voce sgradevole dall'esterno, in un
romeldano piuttosto approssimativo. Uno degli orchi, probabilmente il capo di
quella marmaglia, era avanzato dallo schieramento fino a metà strada verso il
carro, e cercava di convincerli alla resa agitando in aria la sua pesante spada
rugginosa.

Foraeean
era sconcertato, non riusciva a farsi venire un'idea rapidamente. Era sempre
così quando veniva bruscamente interrotto nel corso della meditazione, gli
effetti erano peggiori della stanchezza precedente, perché restava per preziosi
minuti in uno stato di torpore mentale che non gli consentiva di analizzare
lucidamente il da farsi. Scartò rapidamente una dozzina di idee che gli parvero
avventate o quantomeno impossibili, e  per la prima volta si trovò a
sperare che fosse Jack a trovare una soluzione.

-
Ehi, lasciami andare, tirami giù, ho detto! Puzzi da far schifo! - la voce di
del mezzuomo gli fece capire che non sarebbe stata quella l'occasione giusta.
Vide Jack sospeso per la collottola a mezzo metro da terra, mentre l'orco che
l'aveva afferrato lo scuoteva divertito con il suo braccio nodoso fra i grugniti
di approvazione dei vicini.

-
Scendi dal carro, uomo! - intimò ancora una volta la voce simile ad un grugnito
osceno.

Indeciso,
Foraeean si risolse a tentare il tutto per tutto con il poco potere che ancora
sentiva dentro di sé. Si trattava solo di evocare la runa giusta, quella che
gli avrebbe dato almeno una probabilità di fuga. Ma non gli fu concesso altro
tempo. 

Un
sibilo fendette l'aria e il vecchio avvertì una puntura al braccio destro. Poi
altri due furono seguiti da un lieve dolore al petto e ad una gamba. Si
osservò, constatando i piccoli aculei di legno che si erano conficcati nelle
sue carni, provocando più fastidio che dolore. Ne estrasse uno e lo osservò,
accorgendosi che la sua vista non riusciva a mettere bene a fuoco l'oggetto. Poi
avvertì un odore acre simile a quello del limone, mentre la testa iniziava a
girare. Infine vide la sostanza vischiosa e scura che imbrattava la punta del
minuscolo dardo da cerbottana.

-
Loto Nero! - esclamò mentre crollava a terra sotto l'effetto della potente
droga che veniva usata per ridurre all'impotenza gli stregoni.

la
città degli orchi si stendeva in tutto il suo orrendo splendore sotto gli occhi
ancora sconcertati del piccolo gruppo di avventurieri, timoroso ora di aver
risvegliato qualcosa che andava ben oltre le loro possibilità. Il fetore che
emanava da quel luogo era tale che Merpol fu sul punto di impazzire per la
bramosia di gettarsi a capofitto in un combattimento senza speranze, ma in
qualche modo si astenne da simili folli propositi.

-
Dobbiamo andarcene al più presto e avvisare chi di dovere! - esclamò Hond,
facendo il cenno di voltarsi.

-
Aspetta! guarda laggiù... - lo richiamò Merpol. Un gruppetto di orchi stava
entrando in quel momento nella zona più centrale dell'abitato, dove c'era
quella che si potrebbe descrivere come una sorta di piazzale. Il drappello
portava chiaramente due prigionieri, legati per le braccia e le gambe ad un
lungo palo che veniva portato da quattro individui, fra le urla ed i grugniti
festanti della popolazione assiepata ai lati del corteo.

-
Poveri sfortunati... - commentò l'esmeldiano. - Non possiamo fare nulla per
loro...

-
Sono Foraeean e Jack! - lo interrupper Krilzit, la cui vista acuta poteva
distinguerne i lineamenti in quell'ambiente scuro. Gli altri raggelarono,
considerando le implicazioni dell'inattesa rivelazione. Erano di fronte ad una
decisione di quelle che non si vorrebbe mai essere constretti a fronteggiare.
Correre in soccorso degli amici con la certezza quasi matematica di morire fra
atroci supplizi, o abbandonarli al loro destino e cercare di vivere con il
rimorso? Forse, fu solo Krilzit a non provare dubbi in quel frangente, poiché
si sa che scrupoli di coscienza i Drow se ne fanno davvero pochi, ma anche in
questo caso gli orchi scelsero per loro.

Improvvisamente,
udirono dei passi, ed ebbero appena il tempo di impugnare le armi prima di
vedersi comparire di fronte un nuovo manipolo di avversari.

-
Maledetti schifosi bastardi figli di.... - Merpol levò il flagello verso l'alto
e si precipitò ad affrontarli, nonostante fossero in gran numero più di loro.
Hond fu rapido ad affiancarlo, Krilzit si trascinò Adesson dietro e si dispose
con la schiena contro le loro in modo da controllare le spalle, mentre già
evocava la sua barriera protettiva affinché la riparasse dalle frecce.

Il
clangore del metallo invase il cunicolo, mentre il gruppo si trovava a
fronteggiare la banda di orchi che sfruttando il numero superiore li aveva
facilmente accerchiati. Combattevano come leoni, consapevoli della situazione
disperata in cui si trovavano, e già molti nemici erano crollati a terra quando
gli orchi rimasti un po' più dietro iniziarono a usare i loro corti e rozzi
archi di legno. Le frecce si conficcarono nelle corazze di Hond e Merpol che
tuttavia continuavano a battersi valorosamente, mentre i dardi dalla punta
metallica si infrangevano inutilmente sulla barriera di Krilzit. La Drow
intravide qualcuno che si sporgeva dietro la fila degli arcieri per soffiare in
una cerbottana. Il dardo era di legno, e la barriera non poteva fermarlo,
comprese, quando avvertì la lieve puntura ad una spalla, che fu solo fastidiosa
ma sufficiente a interrompere l'invocazione magica che stava tentando.

Con
un gesto di rabbia, Krilzit si sfilò il minuscolo dardo dalla spalla, e subito
comprese che per lei il combattimento era finito, mentre già la vista le si
appannava. La punta del dardo era intrisa di essenza del Loto Nero, una droga
molto rapida in grado di inibire la capacità di concentrazione ed il senso
dell'equilibrio, usata per questo motivo quando occorre rendere inoffensivi i
maghi. Iniziò ad accasciarsi, sentendo le ginocchia cedere, la sua sola
soddisfazione era che la sua barriera resisteva e impediva ancora alle frecce di
colpire il gruppo. 

-
Abbiamo le spalle scoperte! - gridò Hond a Merpol, quando lanciò un'occhiata
per constatare cosa fosse accaduto alla Drow, sentendo mancare la pressione
della sua schiena. Adesson era già caduto in mano agli orchi, che lo avevano
reso inoffensivo legandolo come un fagotto. I due superstiti furono costretti a
disporsi diversamente, e presto gli orchi furono su di loro da tutte le parti,
separandoli. Merpol combatteva con le spalle contro la parete, abbattendo gli
avversari in gran numero e continuando a collezionare frecce sulla sua corazza.
L'esmeldiano si trovò lievemente più defilato e con le spalle coperte dalla
barriera di Krilzit, così che poté facilmente liberarsi di tre avversari con
una rapida rotazione della sua possente spada.

Ma
la loro sorte era segnata, e presto Hond vide Merpol accasciarsi a terra,
finendo sotto la marmaglia urlante che fu rapida a balzargli addosso. Il
cavaliere riuscì ancora ad abbattere due avversari prima che la semplice
pressione dei loro corpi fosse tale da impedirgli anche solo di manovrare la
spada, quindi avvertì una puntura e sentì le forze lasciarlo mentre la vista
si faceva confusa.

Ancora
in parte coscienti, ma in uno stato di torpore che annebbiava la vista,
confondeva le idee e rendeva penoso ogni movimento, i tre sentirono mani che li
toccavano, li frugavano, li sollevavano e li sbattevano a terra, mentre le mani
ed i piedi avvertivano la costrizione delle corde con le quali venivano legati.
Poi giunsero gli sballottamenti del trasporto, un senso di nausea e mille volti
indistinti, grugniti, sputi, percosse. Compresero che venivano trasportati
appesi ad un palo, esattamente come avevano visto poco prima Foraeean e Jack, e
rabbrividirono per la sorte che li attendeva: gli orchi non conoscono pietà e
non fanno prigionieri. Quando si cade vivi nelle loro mani, non è per fare una
fine rapida e dignitosa. 

quando
finalmente i suoi occhi ripresero a vedere quasi normalmente, Hond si ritrovò
in una cella, probabilmente all'interno della città sotterranea, dopo un tempo
che non poté valutare. Gli dolevano le ferite dovute al combattimento di poco
prima, ma ancor più avvertiva un dolore diffuso alle braccia, che erano stese
verso l'alto. Guardandosi attorno vide anche gli altri, il gruppo era dunque
riunito, ma non c'era da rallegrarsi per l'occasione in cui questo avveniva.
Osservando gli altri si accorse che solo Jack sembrava aver riacquistato un po'
di lucidità, e comprese il motivo del dolore alle braccia. Si trovavano appesi
ad una parete, con i soli vestiti indosso, i polsi serrati all'interno di morse
metalliche chiuse da un lucchetto ciascuna e da una catena passante che faceva
il giro della cella. Ognuno era stato sospeso in maniera tale che i piedi non
toccassero terra, il che rendeva ancor più penosa la posizione in cui ciascuno
era costretto in quella prigionia.

Merpol
sembrò riguadagnare conoscenza dopo breve, con un energico scossone della testa
che fece seguire da una possente imprecazione nanica. Il nano doveva essere
stato colpito brutalmente anche durante il trasporto, pensò Hond, poiché il
suo volto era quasi completamente tumefatto e cosparso di lividi, bernoccoli ed
escoriazioni. Su una guancia, la chiazza di uno sputo aveva lasciato una scia
prima di colare sul collo. Il cavaliere non era affatto sorpreso che gli orchi
avessero infierito sul nano, dato che l'atavica inimicizia fra le due razze era
ben nota a tutti: un orco in mano ai nani non sarebbe stato trattato meglio.

Krilzit
e Foraeean non si ripresero altrettanto rapidamente. Sembravano ancora soffrire
della droga del Loto Nero che li aveva storditi. Sebbene avessero entrambi
riaperto gli occhi, il loro sguardo era vacuo e assente, riuscivano a malapena a
mugolare e dalla loro bocca colavano fili di bava che gocciolavano sulle vesti
senza che i due facessero alcuno sforzo apparente per contrarre le labbra che
restavano dischiuse dando loro un'espressione da idioti. Forse, almeno, in
quelle condizioni non avvertivano i dolori dovuti alla scomoda sospensione.

La
cella era fredda e vuota, dalla sagoma approssimativamente quadrata. Una stretta
feritoia con una grata alquanto spessa, posta in alto oltre la testa di Foraeean
era la sola apertura dalla quale filtrava un minimo di illuminazione
dall'esterno, quando di tanto in tanto le fiamme di un fuoco vicino si
ravvivavano nel buio della grande caverna sotterranea. Nella parete di sinistra,
di fianco a Merpol, c'era la porta di metallo grezzo, sicuramente sbarrata
dall'esterno. 

-
Jack, sei in grado di liberarci in qualche modo? - chiese Hond al mezzuomo
appeso a un braccio di distanza sulla sua destra.

-
Mmmm... non mi sembra facile... Aspetta, provo con i piedi! - ondeggiando, Jack
riuscì ad afferrare con un piede le manette di Hond e prese ad armeggiare. Il
tintinnio della catena e del lucchetto sul metallo proseguì per qualche
istante, dopo di che il mezzuomo, con il volto coperto di sudore, dovette
desistere.

-
Sono riuscito a sfilare la catena passante, Hond, ma non ho modo di aprire il
lucchetto... - commentò affranto.

Deluso,
il cavaliere prese a considerare le possibili alternative, mentre l'eco di
alcuni passi pesanti giungeva da fuori della cella. I pochi e sconnessi suoni
gutturali simili a grugniti che udivano non permettevano di sperare in un
provvidenziale salvatore, tutt'altro.

-
Credo che la nostra ora sia giunta, amici - commentò Merpol, ostentando
indifferenza.

Improvvisamente,
sentirono i chiavistelli aprirsi e la porta fu spalancata da un gruppo di
quattro orchi ghignanti che si misero senza indugi a trafficare con le manette
che chiudevano i polsi del nano.

-
Ecco il maiale! - grugnì uno dei carcerieri.

-
Ora gli facciamo una bella festa a questo porco! - rispose divertito un secondo,
premurandosi di colpire Merpol con un ceffone in pieno viso.

Senza
alcun riguardo, e sarebbe stato strano il contrario, gli orchi aprirono le
manette e lasciarono cadere a terra il nano, che riempirono di calci e sputi
prima di sollevarlo per le braccia e trascinarlo fuori, grondante sangue,
richiudendosi la porta alle spalle.

-
Credi che sia giunto il momento della grande avventura? - chiese Jack.

-
Può darsi, amico mio, può darsi... - rispose l'esmeldiano.

merpol
fu trascinato a foprza fuori dalle prigioni, verso quello che doveva essere il
suo ultimo martirio. Lungo tutto il percorso i suoi aguzzini ebbero cura di
percuoterlo e malmenarlo ad ogni occasione, arrivando anche a effettuare brevi
soste tra la folla festante affinché tutti potessero prendersi la propria parte
di svago. Il nano che giunse alla fine del percorso era solo un vago ricordo di
ciò che era stato Merpol, ridotto ad una creatura sanguinante e tremebonda che,
per la prima volta in vita sua, provava paura.

Salirono
su una pedana rialzata posta in quella che doveva essere la piazza centrale, e
lo fissarono ad un palo. Tutt'attorno, Merpol poteva trovare i segni di cosa
restava di coloro che lo avevano preceduto. Mucchi di ossa o corpi essiccati
all'interno di gabbie metalliche sospese, spesso orrendamente mutilati e
lasciati poi a morire di stenti sotto lo sguardo dei passanti. Croci di legno
sulle quali altri erano stati inchiodati, frustati fino a strappar via le carni
dalle ossa, e quindi lasciati divorare dai topi. Si chiese quale sarebbe stata
la sua fine. Lo scoprì quando si accorse della rissa che scoppiò fra gli orchi
perché ciascuno potesse afferrare una grossa pietra da un mucchio preparato
poco distante. Lo avrebbero lapidato, nella migliore delle ipotesi. Ma più
probabilmente, lo avrebbero bersagliato fino a spezzargli ogni osso ed ogni
giuntura, lasciandolo poi morire in una gabbia, o dandolo in pasto ai
cani. 

Aveva
ormai raccomandato la sua anima a Morgrim perché lo accogliesse nella sua
fucina, quando accadde qualcosa di imprevisto. La folla davanti a lui sembrò
separarsi per lasciar passare una creatura le cui dimensioni erano assai più
ragguardevoli di quelle della media orchesca. Era un Holog, sempre della
famiglia degli orcih, ma di un ceppo caratterizzato da una costituzione più
robusta di quelli normali, e da un'intelligenza in qualche modo superiore, il
che solitamente poneva i membri di questa razza nelle posizioni più alte delle
gerarchie orchesche. 

Il
gigante era alto quasi tre passi, aveva spalle larghe come un carro e braccia
che parevano tronchi d'albero. Da capo a piedi era ricoperto di una corazza di
piastre brunita, ed impugnava in una mano un'ascia che lo stesso Merpol avrebbe
avuto difficoltà a maneggiare con entrambe le mani. La testa spariva
all'interno di un elmo metallico grande come un masso di pietra, che era stato
lasciato aperto nella parte frontale, così che il suo grugno zannuto fosse ben
visibile a tutti. Gli altri orchi parevano temerlo e rispettarlo, e si
scansavano senza osare intralciare il suo passo.

Senza
dire nulla, l'Holog salì sulla pedana e sollevò Merpol verso l'alto fino a che
le corde che gli serravano i polsi superarono la sommità del palo, liberandolo.
Quindi, lo issò su una spalla che al nano parve più ampia della sella di un
cavallo, e voltandosi accennò ad allontanarsi tra la folla che ora iniziava a
rumoreggiare per lo scontento. 

-
Perché ci togli il divertimento? - alle orecchie di Merpol, che conosceva quel
linguaggio gutturale, giunse la protesta di un orco che doveva sentirsi
particolarmente coraggioso.

-
Voi vi divertirete dopo, ora mi diverto prima io - aveva risposto il gigante,
spostando l'altro di lato senza alcuna difficoltà.

Merpol
non capiva. Anche se quello fosse stato il capo della tribù, ciò che stava
facendo era del tutto privo di senso. Il comandante degli orchi avrebbe potuto
divertirsi con lui prima che fosse portato nella piazza per la lapidazione,
senza doverlo sottrarre alla folla, cosa che in una società caotica come quella
orchesca poteva certamente causare rivolte e disordini di ogni genere. Qualsiasi
capo orco avrebbe potuto essere deposto, cacciato o anche ammazzato per una cosa
di quel tipo. 

Si
accorse che l'Holog si dirigeva nuovamente verso le prigioni, mentre alle loro
spalle si accendevano i primi tumulti. Il colosso aprì la porta richiudendola
alle sue spalle, e reagì al carceriere che corse verso di lui gridando qualcosa
prendendolo per la testa e sfracellandolo contro una parete. Quindi, si premurò
di raccogliere dal corpo senza vita il mazzo delle chiavi, si diresse verso la
cella in cui si trovavano gli altri e aprì la porta.

Calò
a terra il corpo di Merpol senza particolare riguardo, fra le espressioni
sconcertate degli altri prigionieri, quindi li squadrò uno ad uno.

-
Chi capisce questa lingua? - chiese, avventurandosi in un esmeldiano
sorprendentemente corretto.

-
Io capisco l'esmeldiano - rispose Hond. L'Holog si avvicinò e aprì il
lucchetto che serrava i polsi del cavaliere. Hond cadde a terra e iniziò a
massaggiarsi gli avambracci dolenti.

-
Poco tempo. Libera gli altri con le chiavi, nella stanza accanto c'è la vostra
roba. Sbrigatevi. - gli disse l'enorme creatura, infondendo un minimo di
speranza nel cuore dei prigionieri, per quanto inverosimile sembrasse che una
possibilità di salvezza venisse da un orco.

Hond
si affrettò a liberare gli altri, che uno ad uno andarono a recuperare la
propria roba. Anche se la testa sembrava loro invasa da uno sciame d'api, anche
Foraeean e Krilzit si erano ripresi nel frattempo, e furono in grado di badare a
sé stessi, mentre l'Holog scrutava l'esterno nervosamente, voltandosi spesso
per vedere a che punto fossero i prigionieri. 

-
Ora noi andiamo - intimò, quando ritenne che tutti fossero stati liberati ed
avessero ripreso le loro cose. Fuori regnava il caos, ed i tumulti si
avvicinavano sempre più pericolosamente, estendendosi rapidamente da una via
all'altra, da una casa a quella vicina, in un'orgia di violenza scatenata dalla
sottrazione del nano. Preso li avrebbero trovati, pensò Merpol, dovevano
sbrigarsi a fuggire e non potevano che continuare a fidarsi dell'enorme mostro
che li aveva liberati.

L'orco
si caricò ancora il malconcio Merpol sulla spalla e, seguito dagli altri, uscì
allo scoperto e si diresse immediatamente verso destra, girando alle spalle
dell'edificio. La situazione era anche peggiore di quanto non sembrasse
dall'interno, ovunque si levavano grida e clangore di metallo, di tanto in tanto
qualche casa veniva data alle fiamme. Chi conosce gli orchi sa bene che l'orgia
di sangue non si sarebbe spenta fino a che il nano non fosse stato recuperato,
oppure, probabilmente dopo ore se non giorni, fino a quando un condottiero orco
non fosse riuscito a ristabilire il comando sulla tribù.

-
Mi sa che la grande esperienza dovrà attendere - disse Jack, strizzando
l'occhio a Hond.

-
Zitto e corri, se vuoi che sia così - gli intimò il cavaliere di rimando.
Nonostante avesse la pesante corazza ed il nano sulle spalle, l'Holog procedeva
ad una velocità che rendeva faticoso stargli dietro, e difficilmente il
pensiero poteva astenersi dal considerare cosa sarebbe accaduto se fossero
ricaduti in mano agli orchi in preda a quella frenesia sanguinaria.  

Raggiunsero
l'imbocco di una caverna che saliva verso l'alto e la imboccarono rapidamente,
trovandosi su una scalinata assai irregolare scavata nella pietra alla maniera
degli orchi, cioè in modo approssimativo e grezzo. Si affrettarono ignorando le
implorazioni dei loro corpi doloranti che chiedevano riposo, rincorrendo il
miraggio della salvezza rappresentata per loro dal gigante che apriva la
strada. 

Una
pattuglia di orchi posta di guardia alla scalinata si parò loro dinanzi,
puntando le picche ricurve per bloccarli. Li sbaragliarono quasi senza
accorgersene, passando oltre, correndo in salita per altre centinaia di gradini
di roccia che non sembravano finire mai, fino a quando si ritrovarono
all'aperto, nel fogliame della boscaglia. Avevano raggiunto l'esterno. La città
degli orchi era finalmente alle loro spalle, ma di certo erano inseguiti e non
potevano ancora permettersi una sosta di riposo.

per
un po' furono incerti sul da farsi, ma la fortuna sembrava aver girato dalla
loro parte quel giorno. Dopo una breve ricognizione, Jack tornò felice di aver
trovato il loro carro a poca distanza da dove si trovavano.

-
Hanno cercato di rubarlo, ma poi hanno litigato per il bottino e si sono
ammazzati fra loro quegli imbecilli di orchi! - troppo tardi si accorse di ciò
che aveva detto, voltandosi a guardare l'Holog. Fortunatamente, questo non
reagì, forse perché non aveva capito ciò che il mezzuomo aveva detto così
concitatamente. Corsero in avanti, un ultimo sforzo che fu premiato finalmente
quando raggiunsero il carro ed il cavallo di Hond, il quale fu felice di
constatare che non era stato divorato come di solito accadeva. Saltarono a bordo
del carro e spronarono i cavalli, cercando di allontanarsi il più possibile da
quel posto, nel tentativo di mettere quanta più strada possibile fra loro e gli
orchi inferociti.

Quando
infine decisero di fare una sosta, era quasi il tramonto e il viaggio nel carro
aveva permesso ai più stanchi di recuperare almeno in parte le loro forze. I
preti avevano fatto ricorso alle loro preghiere curative per le ferite più
gravi, ed anche Merpol pareva in condizioni migliori, nonostante la sua faccia
restasse pesta e gonfia. Per quello e le ferite più gravi ci sarebbero voluti
giorni, ma avevano salva la vita e questo contava.

Seduti
attorno al fuoco acceso magicamente da Hond, cosa che non mancò di intimorire
l'Holog, evidentemente a disagio in presenza della magia, fu infine il momento
di parlare. C'erano tante cose da dire, da capire, da scoprire e il momento
giusto era finalmente venuto.

-
Anche se non avrei mai pensato di fare una cosa simile - iniziò Merpol
rivolgendosi all'orco e tenendo lo sguardo a terra per l'imbarazzo, - io ti
ringrazio, orco. Tu oggi mi hai salvato la vita ed io ti sono debitore del bene
più grande che posseggo. Sono assai curioso di sapere il tuo nome, e vorrei
capire cosa ti ha spinto a salvare la vita di un nano.

-
Mio nome è Mutumbark - rispose l'orco in esmeldiano, la sola lingua che
sembrava parlare discretamente, di cui Hond si fece interprete.

-
Io vi dovevo salvare per mie ragioni personali, e ora vengo con voi - concluse
Mutumbark, dando l'impressione di non essere tipo di molte parole. L'ultima
affermazione, tuttavia, non poteva non suscitare qualche perplessità, l'ipotesi
di viaggiare con l'orco non sembrava affatto interessante per la maggior parte
del gruppo, nonostante tutto.

-
Mutumbark, noi ti siamo molto, anzi infinitamente grati per averci salvati, e
siamo anche disposti a ricompensarti con denaro, ma non possiamo portarti con
noi - rispose Hond dopo essersi brevemente consultato con gli altri. Già
avrebbero dovuto tentare di nascondere la presenza di un Elfo Oscuro nel gruppo,
ma avventurarsi.nel Carusal o in Auldia con un Holog al seguito sembrava
pazzesco.

L'orco
non sembrava affatto disposto a contrattare la cosa, tuttavia, nè sembrava
interessato alla ricompensa in denaro, per quanto generosa potesse essere. Del
resto, non sembrava neanche particolarmente disposto a motivare la sua
decisione, il che indusse Foraeean a ricorrere alla sua magia, per quanto poche
fossero le energie che aveva recuperato durante il viaggio. Invocò alcune rune
che lo avrebbero reso particolarmente gradito a Mutumbark, ben sapendo che su
una mente semplice come quella dell'orco questo gli avrebbe consentito di
guadagnare la sua completa fiducia.

-
Dimmi, Mutumbark - chiese, con aria suadente mentre l'orco, osservandolo, per la
prima volta abbozzò qualcosa di simile ad un sorriso, - per quale ragione hai
sentito di doverci salvare?

-
Ho avuto visione di Ugruk, dio e creatore della mia razza. Ugruk mi ha detto che
sarebbero arrivati cinque stranieri di razze e divinità diverse, che seguivano
la mia stessa missione di vita - rispose stavolta cordialmente il gigante. -
Ugruk mi ha detto di salvare gli stranieri e di unirmi a loro nella ricerca.

- Ma
di che missione stai parlando?

-
Voi non cercate di distruggere le creature preumane dell'Antico? - chiese
Mutumbark, cogliendo tutti alla sprovvista. I cinque si scambiarono delle
occhiate perplesse all'inattesa rivelazione.

-
Si, ma... - Foraeean cercò di abbozzare una risposta.

-
Anche io - lo interruppe l'orco, - quindi Mutumbark viene con voi, l'ha detto
Ugruk.

Per
quanto amichevole fosse il dialogo instaurato con Foraeean, fu chiaro che la
decisione non ammetteva repliche, a meno di non rischiare che la cosa prendesse
una brutta piega, molto brutta considerate le dimensioni dell'Holog e la
spossatezza del gruppo. Del resto, Merpol non aveva nulla da obiettare visto il
suo debito di riconoscenza con Mutumbark, per Krilzit si trattava certamente di
una creatura non meno e non più ignobile di tutte le altre, e per Jack sarebbe
stata una fantastica esperienza quella di accompagnarsi con un simile gigante.
Ragionandoci sopra, anche Foraeean giunse a pensare che forse Hoadun aveva
voluto trovare loro un nuovo alleato che potesse sostituire il defunto Gelgoog,
un alleato anche prezioso, date le sue indubbie capacità di combattente. Solo
Hond restò incerto.

-
Dopo l'elfo oscuro, ora anche un orco - mormorò, fra sé e sé, scuotendo la
testa. - Proprio una bella compagnia!

Foraeean
era poco distante e l'aveva udito borbottare. Si avvicinò e gli posò una mano
sulla spalla.

-
Sai Hond, io penso che...

-
Se mi tiri fuori una delle solite storie sul fato ti ammazzo! - con un gesto
brusco l'esmeldiano si scrollò la mano di dosso e si allontanò dal gruppo. Si
diresse al cavallo, prese le coperte e si adagiò a terra, preparandosi per la
notte. Non c'era altro da dire.

-
Non ti preoccupare, fa spesso così ma in fondo è simpatico! - disse Jack per
rassicurare l'Holog, mentre con una mano gli picchiettava un ginocchio.
Naturalmente, Mutumbark non capì nulla di ciò che gli disse il mezzuomo, ma
per quella notte non vi furono altre discussioni né litigi, e in breve,
nuovamente in sei, la compagnia poté godersi il meritato riposo.