A&P Chronicles ''Il Falco ed il Leone'' (III, 4)

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Agiografie Imperiali del X° Secolo: Il Leone ed il Falco

Biblioteca di Lalad-Nor - 9 Maggio 937

Parte III, Capitolo 4: "La fine della Mantide"

Seduta del 26/04/2005





La fine della Mantide

utto
si fece improvvisamente buio attorno a Ser Agraman non appena strinse le mani
attorno al bastone dello sciamano. Ogni desiderio di distruggere quell'oggetto
svanì, assieme ad una strana sensazione di cambiamento del suo stesso corpo,
che in breve avvertì leggero come l'aria. Ebbe la sensazione di vedere
l'accampamento dall'alto, come se lo osservasse contemporaneamente con migliaia
d'occhi non suoi, le sagome contorte ed indistinte dei suoi compagni, dei
barbari, degli oggetti che si allontanavano sotto di lui. Non provava dolore né
sgomento, era solo diverso, era una sensazione mai provata prima, che gli dava
allo stesso tempo un'impressione di libertà e di costrizione all'interno di
qualcosa di più grande.

Comprese
che si stava muovendo rapidamente, e vide il fianco della collina avvicinarsi,
velocemente, troppo velocemente. Chiuse gli occhi, temendo lo schianto
inevitabile, che tuttavia non venne. Iniziò a sentire freddo e riaprì gli
occhi trovandosi al buio, mentre si muoveva ancora rapido verso una lontana luce
di fronte a lui. Il ronzio attorno non cessava, e la luce si avvicinava sempre
più, fino a che ebbe l'impressione che vi fossero altri che lo guidavano,
prendendolo per mano, conducendolo attraverso quel misterioso percorso. Si
trattava di altri Ser Agraman, cinque, dieci, forse altre centinaia di copie di
sé stesso sembravano prendersi cura di lui, in una specie di sogno allucinato
dal quale non riusciva a svegliarsi, aumentando invece la convinzione di essere
morto. Poi, tutto si fermò quando venne a trovarsi in una piccola caverna
sotterranea.

Al
centro della grotta si ergeva un totem alto come due uomini, che riproduceva le
fattezze della mantide. Si sorprese nel non provare alcuna repulsione per quell'icona,
che non suscitava più alcun istinto bellicoso nel cavaliere esmeldiano. Ovunque
volgesse lo sguardo tutto pareva coperto di insetti, le mantidi occupavano tutta
la grotta come fosse il loro nido, e solo uno stretto passaggio di pietre a
terra consentiva di muoversi senza causare danni fra le migliaia di uova che vi
erano deposte. Gli insetti si muovevano, facevano brevi voli per posarsi
altrove, emettevano il loro verso stridente senza che questo infastidisse l'uomo
ancora confuso. Notò alcune mantidi che si muovevano sulla sua armatura, altre
le aveva nei capelli, e anche fra la corazza ed il vestito ne sentiva altre
ancora muoversi, senza che ciò gli provocasse alcuna repulsione.

-
Dobbiamo fronteggiare un grave problema, Ser Agraman - una voce amichevole gli
disse, facendolo voltare. L'uomo era assai anziano, come poteva notare dalla
lunga e fluente braba bianca che ricadeva in spire serpentine ai suoi piedi. L'esmeldiano
si voltò, al suono della voce cordiale, sentendo che non aveva nulla da temere.
Ora vedeva chiaramente attraverso gli inganni che lo avevano condotto nella sua
vita precedente. Ora poteva vedere la verità, ora comprendeva come fosse stato
ingannato da chi si diceva suo amico, dall'illusione di una fede sbagliata, da
una percezione errata delle cose e delle persone. L'uomo che gli stava di fronte
gli aveva permesso di varcare il confine, di aprire la mente alla verità
suprema, che tutto spiegava e tutto chiariva.

-
Dimmi, maestro.

-
Ora che tutto ti è chiaro, Ser Agraman, dobbiamo fronteggiare la minaccia di
coloro che ancora sono al servizio delle forze oscure, coloro che vivono
nell'illusione di una falsa fede che conduce alla malvagità, di coloro che
finora ti hanno ingannato...

L'esmeldiano
si sentiva ora rinfrancato da quelle parole, confortato dalla convinzione di
avere finalmente una guida saggia, illuminata dalla vera fede. Era finito il
tempo degli inganni, delle false amicizie, di coloro che lo avevano manipolato
per i propri scopi ed i loro intrighi, ora vedeva tutto chiaro. Avvertiva
un'estrema sensazione di pace interiore, sentiva di agire per il giusto, e non
ebbe alcun dubbio riguardo al compito che lo attendeva. Annuì convinto alle
parole dello sciamano, quindi percorse il cunicolo fin verso l'imbocco esterno,
accompagnato dagli insetti che ora lo ricoprivano quasi interamente, e qui celò
l'ingresso con fronde di rami che tagliò con la spada, restando poi di guardia
all'imbocco.

Si
portò a una decina di passi dalla luce, e qui rimase con la spada in mano, in
attesa di poter difendere il suo maestro dall'assalto di coloro che venivano per
distruggere la sua vera fede, guidati dalla menzogna e dalla malvagità.

opo
la scomparsa di Ser Agraman, nel frattempo, l'accampamento era in preda
all'agitazione. Quasi contemporaneamente allo sciame che si era allontanato
verso la collina, anche la grande creatura che aveva abbattuto Eliars si era
allontanata nel bosco, sotto lo sguardo perplesso e confuso di coloro che,
liberati dalle benedizioni di Lunya, ora vedevano una gigantesca mantide dove
fino a poco prima avevano osservato il Panterocorno.

I
combattimenti erano terminati ed ora la folla rumoreggiava, cercando di
capacitarsi dell'immane cambiamento, privi di una guida per la prima volta dopo
secoli di menzogne ed illusioni. Tutto ciò in cui avevano creduto per
generazioni si era dissolto come la nebbia del mattino, e vi furono anche dei
tumulti che, fortunatamente, non si trasformarono in rivolte o atti sanguinosi
di qualche tipo. Ciò che mancava ora a quella gente era una guida spirituale,
qualcosa in cui credere. A causa del loro forzato isolamento, non avevano alcun
esempio da seguire, e per questo gli individui che li avevano liberati dal giogo
dello sciamano dovevano ora apparire come eroi, se non semidei inviati dal
cielo. Per questo Lunya fu la sola a non stupirsi quando una piccola delegazione
propose a Polgraam di essere il loro nuovo sciamano, lasciando il barbaro senza
parole.

Fortunatamente,
Polgraam non ebbe tempo di rispondere, poiché la loro attenzione venne
catturata da un improvviso grugnito alle loro spalle. Si voltarono, vededno,
increduli, un gigantesco Panterocorno che giungeva dal centro del villaggio,
seguito a breve distanza da Zak. Anche Lunya vide il Panterocorno stavolta, e si
sfregò gli occhi per ben due volte prima di convincersi che la visione era
reale.

-
L'ho liberato abbattendo il totem - spiegò Zak, - vi era imprigionato
all'interno!

Si
trovavano stavolta al cospetto di una vera manifestazione soprannaturale, quello
doveva essere veramente l'incarnazione del totem della tribù, soggiogato dalla
Mantide a causa degli oscuri rituali di Samor-Daar. La grande creatura si
avvicinò a Polgraam accucciandosi fino all'altezza della sua testa, mentre
tutta la tribù si genufletteva in religiosa contemplazione. Sverken mostrò la
sua spada di traverso in segno di devozione, mentre tutti attendevano che la
divinità parlasse. Ma il Panterocorno si rivolse solo a Polgraam con il
pensiero, così tutto rimase avvolto nel silenzio fino a quando il barbaro non
rivelò ciò che aveva udito, alimentando in tal modo la venerazione anche nei
suoi confronti da parte della tribù prostrata.

-
Dice che l'inganno è finito - declamò il barbaro con voce stentorea, - ma ora
bisogna sconfiggere colui che lo ha perpetrato per secoli. Mi chiede di guidare
il vostro popolo, e di far ritrovare la fede a coloro che l'hanno persa!

Un'acclamazione
seguì quelle parole, mentre la creatura, rialzatasi, si tuffò nel bosco,
allontanandosi da loro. Sul momento, Polgraam non comprese il significato
dell'ultima frase, che in realtà si riferiva a Ser Agraman, ormai dato per
perso.

-
Seguitemi! - gridò quindi Polgraam, levando la sciabola verso l'alto -
impugnamo le armi e mettiamo fine a tutto questo!

In
breve, tutti si ritrovarono in un lungo corteo armato che iniziò a salire verso
la collina, guidati solo dai rumori di due grandi animali che si fronteggiavano.
Né gli avventurieri nè i barbari potevano vedere la scena, ma sotto gli occhi
di Ser Agraman, ancora appostato all'interno del cunicolo, si stava svolgendo un
combattimento soprannaturale fra il Panterocorno e la Mantide. Ora che osservava
meglio, l'esmeldiano poteva accorgersi che l'incarnazione del soprannaturale
insetto pareva di dimensioni assai più modeste di quanto ricordava, e notò con
disappunto che il combattimento volgeva a favore del Panterocorno, il quale ad
ogni colpo sembrava far rimpicciolire ulteriormente la Mantide, anche se in realtà tale effetto era invece dovuto al diminuire di fedeli mano a mano che Lunya li costringeva a fronteggiare la verità. La ferocia con
cui si affrontavano i due totem era tale che ad ogni movimento sollevavano ampie
zolle di terra che venivano scagliate in tutte le direzioni, rami e tronchi
venivano spezzati, pietre scheggiate. Era indubbiamente una lotta all'ultimo
sangue, e come tale terminò, nel momento in cui l'insetto, ormai ridotto a
dimensioni di poco superiori a quelle di un uomo, fu definitivamente abbattuto
dalle corna ritorte del suo avversario.

Il
piccolo esercito guidato da Polgraam si era intanto inerpicato per la collina
giungendo molto vicino al luogo dell'epica battaglia. Alle loro spalle, in
basso, una colonna di fumo si levava dal centro del villaggio, laddove Zak aveva
incendiato quanto restava del falso totem abbattuto. Poi, d'improvviso, i rumori
del combattimento cessarono e l'aria fu trafitta da un possente ruggito che
echeggiò nella vallata ai loro piedi, scuotendo la terra stessa che
calpestavano.

-
Il Panterocorno ha vinto! - esultò il barbaro, suscitando un'esplosione di
gioia nella folla che lo seguiva quasi in adorazione. A conferma di quanto aveva
intuito, una voce ultraterrena si fece strada nella sua mente.

-
La mia parte è terminata, ora - disse la voce. - Adesso tocca a voi.

-
Cosa posso fare per il mio amico esmeldiano Ser Agraman, grande e potente
spirito? - chiese il barbaro.

-
Egli ha smarrito la vera fede, devi fargliela ritrovare. Salva il Cuore - fu la
sola risposta che ottenne.

ra
che le entità soprannaturali avevano abbandonato il campo, restava da sistemare
le questioni mortali. Occorreva risolvere l'enigma del Lago del Cuore, ritrovare
Ser Agraman se ancora vivo, cosa di cui molti dubitavano, e sistemare una volta
per tutte lo sciamano Samor-Daar, se anch'esso era ancora vivo, cosa della quale
dubitavano assai meno. La grande folla di barbari esultanti ed in preda al
delirio mistico poteva esser loro solo d'impaccio, così Polgraam si liberò dei
suoi fedeli incoraggiandoli ad abbattere l'albero più bello perché fosse
intagliato in modo da divenire il nuovo totem del Panterocorno. La cosa fu
accolta con estrema esultanza e l'esercito si disperse rapidamente dividendosi
in piccoli gruppi che facevano a gara per avere l'onore di procurare il nuovo
totem della tribù.

Liberi
di muoversi senza ulteriori intralci, gli avventurieri giunsero in prossimità
della vetta e presero a scendere dall'altro lato, riuscendo per la prima volta
ad osservare il laghetto che giaceva, calmo e limpido, ad alcune centinaia di
braccia più in basso. Da questo lato, la collina era costellata di numerose
grotte, cavità ed altri anfratti che potevano celare qualsiasi insidia, ma la
vista del Lago del Cuore li indusse a iniziare rapidamente la discesa, pur senza
trascurare di guardarsi attorno.

Ser
Agraman li osservava, al riparo del suo oscuro nascondiglio, immerso nella massa
di insetti che lo ricopriva e che rivestiva l'intero passaggio. La sconfitta
della Mantide lo aveva in parte sconfortato, era un duro colpo per quella che
ora sapeva essere l'unica vera fede possibile, di cui sentiva di essere il
difensore per incarico dello sciamano suo amico. Si accorse di avere una certa
possibilità di contollo sulle mantidi che lo ricoprivano, quando al solo
pensiero riuscì a farle spostare dalla sua faccia. Così, pensò, quello era lo
strumento che la divinità aveva dato al suo campione per abbattere i nemici
della fede, il falso amico Polgraam e l'infedele sacerdotessa Lunya primi fra
tutti. Bastò un pensiero, e un nugolo di insetti prese il volo, dirigendosi
verso i due ignari bersagli.

Un
rumore improvviso fece voltare gli avventurieri giusto in tempo per vedere lo
sciame precipitarsi sui due malcapitati. Le mantidi si abbatterono su Polgraam e
Lunya come fossero un solo individuo, trascurando gli altri, penetrando sotto i
vestiti e i corpetti, insinuandosi in qualsiasi varco possibile, dove iniziarono
a mordere e pizzicare le carni. Ma Zak era pronto, e bastò richiamare alla
mente alcune parole arcane all'indirizzo dei due compagni per donar loro una
sorta di corazza naturale che si rivelò impervia a ulteriori aggressioni da
parte degli insetti. Anche se frastornata per la sorpresa, Lunya riuscì a
ritrovare la concentrazione necessaria per invocare Silemine sotto forma di un
vento fortissimo, che spazzò via lo sciame schiantandolo contro le rocce
circostanti.

-
Venivano da quella parte - indicò Zak, che ora vedeva distintamente l'ingresso
della caverna celata dal fogliame.

Il
gruppo si avvicinò e comprese di essere nel posto giusto quando fu chiaro,
dall'interno, il ronzio di migliaia di insetti che ormai ben conoscevano.

-
Ser Agraman! - chiamò Lunya.

-
Sono qui - giunse la voce dell'esmeldiano, più vicina di quanto non avessero
immaginato.

-
Agraman, cosa ci fai lì? - si aggiunse Polgraam, stupito. - Esci, siamo noi...

-
Lo so che siete voi. Ma io non esco, ho una missione da compiere e voi qui non
potete entrare. Ora tutto mi è chiaro e so cosa devo fare. Andate via.

La
voce del cavaliere era gelida, quasi priva di emozioni, o perlomeno priva delle
emozioni che lo avevano caratterizzato da quando gli altri lo conoscevano.
Invece di scoraggiarli, tuttavia, quella reazione li indusse a insistere,
convinti che Ser Agraman non fosse in sé. Polgraam liberò l'ingresso dalle
fronde che lo ostruivano, mentre con Lunya tentava di convincere l'esmeldiano a
uscire, senza risultato. A nulla valse un fuoco magico invocato da Zak nel
tentativo di intravedere la sagoma del cavaliere, il quale tuttavia restava
celato nelle ombre. Tutto ciò che potevano vedere era il ripugnante ammasso di
insetti che ronzava e si muoveva tutto attorno alle pareti ed alla volta del
passaggio.

Il
tentativo divenne una discussione, poi si accese in un litigio quando Ser
Agraman mostrò ilo proprio risentimento nei confronti dei vecchi compagni,
accusandoli di averlo ingannato, di averlo portato su una strada sbagliata con
le loro divinità pagane e false. Lui solo, sosteneva, aveva visto la verità, e
l'avrebbe difesa anche a costo di combatterli, come minacciò quando i due
accennarono ad avanzare. E le minacce divennero realtà quando Lunya, dopo aver
mosso alcuni passi, fu colpita dalla spada del cavaliere e crollò a terra. Ser
Agraman consentì a Zak di portare fuori il corpo della sacerdotessa perché
potessero curarla, ma intimò ancora di non entrare nel luogo che proteggeva.
Sembrava intenzionato a non cedere.

Sperarono
allora che la magia potesse risolvere quella complessa situazione. Da un lato,
non erano neanche sicuri di avere a che fare con il Ser Agraman che conoscevano,
il quale si teneva al riparo dalla loro vista, forse per nascondere una
mostruosa trasformazione fisica, come pensava Lunya. D'altro canto, aggredire
apertamente colui che era stato fino a quel momento un leale compagno di
avventura era qualcosa che preferivano tenere come estrema soluzione. Ma anche
la magia non diede risultati, poiché Ser Agraman pareva impervio agli
incantesimi di Zak prima e di Exilim subito dopo. Anche il forte vento evocato
da Lunya riuscì a spazzar via le mantidi dalla parte esterna del passaggio, ma
non sembrò convincere l'esmeldiano a sentire ragioni. Esasperato, Sverken
imbracciò l'arco e scoccò alcune frecce, una delle quali andò a segno, con il
solo risultato di far arretrare Ser Agraman ancor più in profondità nel
cunicolo.

en
presto, si accorsero che la situazione era i stallo. Ser Agraman non avrebbe
concesso a nessuno di entrare ed era avvantaggiato dalla posizione. D'altra
parte, lui non sarebbe mai uscito allo scoperto, e loro sapevano che qualunque
cosa stessero cercando, a parte il lago, si trovava là dentro. A parte il lago,
pensò Sverken. Avevano forse trascurato quell'indizio dato loro dal totem del
Panterocorno?

Mentre
gli altri cercavano di studiare un piano, senza particolari risultati, il
soldato auldim corse verso lo specchio d'acqua e qui ricorse ai suoi poteri
mistici, per quanto limitati, per rendersi conto che essa aveva proprietà
curative. Ne ebbe la conferma poco dopo, quando l'acqua fu utilizzata per curare
le ferite ancora sanguinanti di Lunya. Forse avrebbero potuto usare quell'acqua
anche per far rinsavire Ser Agraman, pensarono. Un nuovo piano prese forma nelle
loro menti.

Quando
furono pronti, Sverken scagliò all'interno del cunicolo alcune frecce
incendiarie, con il doppio intento di distrarre Ser Agraman e creare un minimo
di illuminazione. Allo stesso tempo, Zak avanzava stringendo in pugno un'ampolla
riempita con il prezioso liquido del lago.

-
Non avanzare oltre - intimò il cavaliere quando vide la sagoma di Zak
avvicinarsi. Ma in quel momento il carusaliano scagliò l'oggetto. La mira non
era ottima e mancò Ser Agraman di una spanna, andando a infrangersi contro uno
sperone di roccia poco distante dalla sua testa. Gli schizzi tuttavia esplosero
in aria riversandosi sul cavaliere, il quale si guardò dapprima sorpreso, per
poi crollare a terra privo di sensi. In un istante furono su di lui, lo
sollevarono e lo portarono all'aperto, constatando felicemente che almeno
nell'aspetto fisico non aveva subito alcuna trasformazione.

-
Polgraam! - mormorò Ser Agraman riaprendo gli occhi, mentre ancora lo
trasportavano a braccia verso il lago.

Il
barbaro lo stordì nuovamente con un pugno, senza dire una parola. Quindi si
avvicinarono all'acqua e ve lo tuffarono dentro, lasciandocelo per alcuni
istanti prima di tirarlo nuovamente a riva. Poi attesero che si riprendesse e
con grande sollievo, quando ciò avvenne, constatarono che era nuovamente il Ser
Agraman che conoscevano. Nei suoi occhi non brillava più la follia di pochi
istanti prima e sembrava ansioso di raccontare quanto ricordava degli eventi che
lo avevano condotto a quello stato, prima che questi potessero svanire.

Fu
chiaro che il contatto con il bastone dello sciamano aveva fatto in modo che
Samor-Daar potesse in qualche modo sfuggire alla morte che altrimenti sarebbe
stata inevitabile dopo la magia che Exilim gli aveva riversato addosso. Ser
Agraman era stato in qualche modo un veicolo, attraverso il quale non solo lo
sciamano della Mantide si era potuto mettere in salvo, ma gli aveva anche
concesso di irretirlo in una magia che lo aveva trasformato nel suo paladino,
poco più di un burattino sottoposto al suo volere. L'esmeldiano era furente, e
non vedeva l'ora di farla pagare a colui che era il solo responsabile di tutto
ciò che aveva patito, e di ciò che per secoli avevano patito i barbari del
Panterocorno, costretti a idolatrare una falsa divinità sotto la minaccia di
pericoli inesistenti. La sete di potere di Samor-Daar doveva essere arrestata.

Ma
avrebbe dovuto attendere ancora un po'.

Eliars
ed Exilim si erano allontanati e bisognava aspettare che facessero ritorno.
Inoltre, Lunya era visibilmente affaticata e non avrebbe potuto dare il suo
preziosissimo aiuto contro lo sciamano senza aver prima riposato. Il sole stava
tramontando e così stabilirono un nuovo campo, presidiando l'ingresso della
caverna che Zak ostruì con terra e sassi, anche se di certo Samor-Daar non si
sarebbe allontanato dal suo prezioso totem durante la notte. Avrebbero trascorso
la notte lì, mentre i barbari in basso festeggiavano la liberazione dal
malvagio culto della Mantide, al quale avrebbero messo fine il giorno dopo.

Riposarono
e si rifocillarono attorno al fuoco, commentando e discutendo di quanto era loro
accaduto. E fu così che si manifestò un effetto secondario dell'acqua del
lago. Si sentivano ora più uniti, più amici, più vicini che mai. Guardandosi
negli occhi mentre parlavano, scoprirono che i loro dissensi, le loro liti, le
loro divergenze, non erano poi così gravi come fino a quel momento avevano
creduto. I dissapori avevano in qualche modo ceduto il posto alla stima
reciproca, ad una sorta di affetto, alla consapevolezza che ciascuno era
indispensabile agli alti per qualche unica ragione anche quando essa non era
ancora visibile ai loro occhi.

Quella
sera Eliars non ebbe le sue sarcastiche battute riguardo a barbari ed esmeldiani,
Ser Agraman non litigò con Sverken, Exilim non battibeccò con Zak.

Il
Lago del Cuore stava cementando il gruppo più di quanto gli eventi ed il tempo
trascorso fossero riusciti a fare in precedenza.