[Editoriale] Critica d'Autore

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L'editoriale di oggi prende spunto da una discussione letta su facebook. Personalmente odio Fb, pur essendovi iscritto, perché le discussioni sono sempre minimali, poco argomentate e si perdono inevitabilmente nel mare del web dopo pochi giorni, se non ore. Infatti non rispondo praticamente mai.

Sarà forse per questa volatilità del mezzo che a volte le persone si lasciano un po' più andare a dire qualcosa di pesante e tranchant, perché tanto la rete ha la memoria corta. 

Vorrei cercare di rispondere punto per punto agli elementi emersi, se possibile rimanendo sul principio generale, perché mi pare controproducente prendere i singoli casi. Tuttavia gli interessati non tarderanno a riconoscersi e, se vorranno intervenire, sono naturalmente i benvenuti e possono farlo qui: topic

1. Ostilità del mondo dei giochi verso chi fa un'altra professione e si mette a fare giochi da tavolo.

Falso. Per due motivi. Intanto la stragrande maggioranza degli autori fa un'altra professione. Difficile campare facendo solo ed esclusivamente game design e immagino siano davvero pochissimi quelli che possono permetterselo. In secondo luogo di questa preclusione si è iniziato a parlare dopo l'uscita di un gioco e non prima. Prima è stato finanziato, pubblicizzato e portato all'attenzione del pubblico. Poi, quando sono uscite le prime recensioni negative, qualcuno ha iniziato a dire che c'era preclusione. Se ci fosse stata, sarebbe venuta fuori pure prima, perché onestamente non vedo tante persone così desiderose di spendere 50 euro per un prodotto verso il quale sono prevenute e che sanno già non piacerà loro. 

Quindi la chiusura e l'ostilità verso chi è “estraneo all'ambiente” è pari a zero. A noi basta che il gioco sia valido. Direi anzi che una certa ostilità in questo senso, se c'è stata, l'ho percepita più da parte di qualche autore che non dal pubblico o dai recensori...

2. In Italia non c'è vera critica ludica. E se c'è, è prezzolata.

Questo secondo concetto, affermato e ribadito, porta a rafforzare il primo e a squalificare qualsiasi critica e qualsiasi recensione fatta. E anche questo, come il primo punto, è un concetto espresso da autori di giochi da tavolo. Il che è, ai miei occhi, doppiamente grave e ovviamente più comprensibile.

Comprensibile perché fa sempre comodo pensare che chi recensisce un gioco, o fa parte di una giuria, esprima un parere sulla base di un gusto personale soggettivo e assolutamente parziale o, peggio ancora, dietro la promessa di “favori”, “mazzette”, “buoni sconto” o anche solo semplici simpatie personali.

Mi spiace deludervi: non è così. Per fare un esempio, la giuria del Magnifico, della quale ho avuto modo di fare parte, anche se per poco tempo, se ne strafotte (scusate il francesismo) di amici, nemici, amici degli amici, editori, autori: contano solo i giochi.

Ma anche senza scendere nello specifico, basterebbe ragionarci un attimo: è più probabile che sia prezzolato un recensore che fa una sbrodolata in lode di un gioco o uno che ne evidenzia i difetti?

Comodo poi anche affermare che probabilmente le critiche fatte da un recensore o da un utente vengono da chi non ha giocato il gioco ma solo per sentito dire o al massimo letto le regole o è influenzato da qualche opinion leader. Comodo soprattutto che questa cosa si dica quando c'è una critica e non – ma guarda un po' – quando qualcuno loda un gioco, magari stavolta ammettendo pure di non aver nemmeno ancora tolto il cellophane.

Comodo e, permettetemi, scorretto. Prima di tutto perché in molti casi si può distinguere una critica motivata e argomentata da una immotivata e superficiale. In secondo luogo perché è un altro sistema subdolo per gettare discredito gratuito su una categoria evidentemente scomoda.

3. Le giurie di qualità non valgono più delle popolari

Questo deriva immediatamente dal precedente. E mi spiace che a sostenerlo siano anche alcuni semplici utenti e non solo autori, stavolta. È uno strano principio, per il quale chi ha anni di esperienza, studio e anche bravura (e quindi predisposizione) nel campo dei giochi da tavolo, sia sullo stesso piano di uno che, magari da un anno, gioca solo filler per le feste comandate. La capacità di comprendere, argomentare e infine giudicare non arriva da sola, occorre impegno, tempo, capacità di analisi e di critica, imparzialità e oggettività, per quanto umanamente possibile.

A meno che il parametro con cui si pensa sia lecito giudicare i giochi non sia, come ho letto, semplicemente un “mi sono divertito tanto” = “quindi il gioco è bellissimo”. Questo non l'hanno detto gli autori, per fortuna, ma qualche utente e in ogni caso non è da credere che sia un'idea così poco diffusa. Intendiamoci, è lecito che uno cerchi anche solo il divertimento puro e fine a se stesso nei gdt, l'errore è mettere questo giudizio sullo stesso piano di un giudizio critico, dando a entrambi lo stesso peso, valore e finalità.

4. Vende tanto, quindi è tanto bello

Questo è complementare al concetto sopra. Far coincidere la quantità con la qualità è un errore da principiante che, onestamente, mi aspetterei in bocca a tutti fuorché a un autore.

Trovo che l'idea che un gioco sia tanto più valido quanto più ha venduto sia un'aberrazione, figlia della mentalità consumistica e materialistica della quale siamo imbevuti, volenti o nolenti (e non è che io sia un vecchio nostalgico reazionario, tutt'altro).

Senza contare tutto il contorno, che spesso porta a vendere un gioco. Prendiamo il gioco dei gatti, così non offendiamo nessuno: da quel che ha venduto, dovremmo considerarlo il miglior gioco moderno. Dietro ovviamente al grande classico imbattuto Monopoli, che a questo punto è indiscutibilmente il gioco più valido mai apparso sulla terra. La top-10 la fa il mercato, mica il giudizio critico. A che serve la teoria dei giochi se la bontà la giudica l'acquirente, che non ne sa nulla?

Magari, se ci mettiamo a considerare che dietro al gioco dei gatti c'è un disegnatore famoso, con milioni di followers, con una pubblicità enorme fatta dal passaparola via web, con un “effetto moda” che ha spinto il gioco e una spinta psicologica “c'ero anch'io” altrettanto potente, ecco, magari, se analizziamo razionalmente tutte queste cose, possiamo capire un po' meglio perché quel gioco abbia venduto così tanto e comprendere che non l'abbia fatto perché sia davvero il gioco migliore del mondo.


A conclusione di questo piccolo sfogo e, spero, spunto di riflessione, vorrei dire un'ultima cosa. Nessuno pretende di avere la verità in tasca, ma svilire l'opinione di un altro, se ben motivata e argomentata, è segno solo di debolezza. Tanto più grave se a farlo sono autori di giochi, dai quali personalmente mi aspetterei, nei confronti della critica, ripeto, ben argomentata - perché un “non mi diverte” o peggio un “mi fa schifo” è sullo stesso piano di un “mi sono divertito tanto” - un distacco e una imparzialità corrispondenti a quelli che recensori o giurati hanno nei confronti degli autori stessi.

C'è poi una soluzione semplice alle critiche a alle recensioni negative, se vi danno tanto fastidio: non leggetele. Leggete e divulgate solo chi vi loda sempre e comunque.

 

Commenti

dizzark Mar, 05 Gen 2016 - 17:42

Sottoscrivo completamente quanto scritto! In quanto autore, devo dire che e' normale reagire alle critiche, nel senso di argomentare e spiegare la propria posizione, ma non in termini di screditare chi le fa quando sono argomentate e motivate, diverso e' quando sono in malafede. Ovviamente concordo in pieno con il fatto che una critica non e' in malafede solo per il fatto che e' negativa!

Sull'ultimo punto in particolare mi batto da tempo contro chi sostiene che la bonta' di in gioco la decide il mercato, il brutto e' che questo viene proprio da 'esperti' addetti ai lavori, perche interessati alla parte vendita dei propri prodotti, e perche si confonde il ruolo di Autore, con quello di produttore e mestierante autore!
La verita', a conclusione di quello che dice Agzaroth, e' che chiunque abbia giocato a qualcosa, magari qualche filler saltuariamente si sente un grande critico e vorrebbe che la propria opinione avesse lo stesso peso di chi gioca da anni, li approccia con spirito critico e analitico e ha diversi termini di paragone da poter confrontare! E peggio, chiunque abbia inventato una variante di risiko o monopoli si sente un grande autore e pensa di poter dare consigli agli altri su come si fa un gioco....