Il mercato italiano dei giochi

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Ho deciso di scrivere questo articolo dopo lunga riflessione. Inizialmente ho pensato che essendo uno dei fondatori non sarebbe stato opportuno far sentire la mia voce che non dovrebbe essere mai “schierata”, peraltro <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Tana non si pone come obiettivo commerciali, ma solo di diffondere informazioni sul gioco, ma poi, vedendo soprattutto una serie di interventi su forum e post vari ho ritenuto più saggio dire la mia. Quindi considerate tutto ciò che segue l’analisi di un giocatore di lungo, lunghissimo corso che è stato anche venditore e non solo fruitore di giochi.

Si tratta di una mia riflessione, condivisibile o meno e non è assolutamente la difesa o la messa alla gogna di nessuno, né la posizione della Tana. Le cose accadono sempre come riflesso delle nostre azioni, ma non sempre queste sono il seguito di una riflessione piuttosto che di una visione a corto raggio.

L’entusiasmo dell’ultimo mese nato intorno alla nascita di un nuovo store on line dai prezzi particolarmente convenienti e concorrenziali è sicuramente giustificato sull’onda della gioia di risparmiare qualche soldino su un hobby che a volte può essere piuttosto oneroso.

Stabilito questo sarebbe opportuno fare delle valutazioni molto più attente e misurate.

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Vi farò un bell’esempio. Siete un lavoratore dipendente, che so un sistemista, e guadagnate 1.200 Euro mese (non molto, ma sufficiente a campare), ogni tanto prendete un piccolo aumento ma niente di che, improvvisamente scoppia una crisi nel vostro settore, che so… un ragazzetto universitario si è studiato la vostra piattaforma e offre i suoi servizi a 700 Euro, tanto è ancora un universitario e riceve una sovvenzione familiare. Il vostro datore di lavoro si avvarrà dei suoi servizi e voi sarete costretti o a lavorare a meno (magari rinunciando alle ferie, e ad altro) o finirete a spasso.

Uno scenario piuttosto diffuso oggi.

 

Questa semplice matrice si può applicare anche al mondo del gioco da tavolo. Se vi vendo un qualunque gioco con un guadagno medio di 2 Euro siete tutti felici, ma che servizio faccio all’industria del gioco? Pessimo! E soprattutto perché posso fare questo? Perché nella vita mi mantengo con altro.

 

  1. Do un’errata percezione del valore del gioco che dietro ha un lavoro di sviluppo e una giusta marginalità di guadagno.
  2. Faccio credere che fino ad oggi tutti i negozianti d’Italia si siano arricchiti alle spalle dei giocatori, cosa non vera.
  3. Provoco la crisi economica di molte realtà commerciali con un probabile effetto a catena.

 

Punto uno.

Un gioco si realizza attraverso molto playtesting, lo studio della grafica, la realizzazione di bozzetti,riunioni operative di vario tipo, viaggi e quant’altro. Tutte cose che sono dispendio di tempo ed energie che in ambito commerciale hanno un costo (non si deve assolutamente pensare che il fatto di essere appassionati significhi lavorare gratis). Il gioco si produce in una tiratura che si paga in anticipo (e che se va male resta sul groppone), inoltre anche il venditore finale se lo carica in magazzino assumendosi un rischio d’impresa. Tutti questi aspetti devono essere ripagati per non tacere dell’eventuale smarrimento di un pacco che resta a carico del venditore (per intenderci se su 20 Euro ne guadagno 2 ed il pacco si perde, dovrò vendere altri nove giochi per rientrare del danno).

Tutto questo ha bisogno di una marginalità di guadagno che giustifichi la cosa.

 

Punto due.

E’ giusto che tutti abbiano un equo guadagno dal proprio lavoro e 2 Euro su un gioco non è un giusto guadagno, perché il dover fare un pacco da spedire ha un valore, l’avere uno spazio dove tenere il mio magazzino ha un valore, spendere tempo a dare informazioni ha un valore.

Conosco moltissimi negozianti e nessuno di loro guida una Porche o si è fatto la villa al mare, il che mi fa pensare che probabilmente non è il lavoro più remunerativo del mondo (infatti la maggior parte sono anche loro degli appassionati) quindi non è che tutti loro fino ad ora abbiano lucrato in chissà quale maniera, semplicemente hanno dei costi d’impresa e pagano le tasse (e si anche quella è una voce che va considerata).

 

Punto tre.

Forse il più complesso. E’ giusta la sana concorrenza, ma fino a che punto? E dove mi porta il volano delle mia azioni? Faccio una manovra molto aggressiva senza tener conto delle mille implicazioni. Mando in crisi tutti gli altri, ma poi mi accorgo che la mia marginalità non è sufficiente e torno sui mie passi o addirittura chiudo. Ok ci hi provato, poco male. Eh no! Quanti altri hanno pagato lo scotto delle mie azioni. Se mi rompo le scatole di una partita a Risiko e attacco tutti a testa bassa finisco morto, ma rovino anche la partita di altri.

Non vorrei fare il discorso dei centri commerciali, ma l’esempio è abbastanza calzante. Tutti compriamo sempre lì, i piccoli negozi chiudono e così quando ci serve qualcosa sotto casa non la troviamo più, inoltre la sera d’inverno quando me ne torno a piedi nel mio appartamento la strada è buia e desolata (magari ti ci rapinano pure) mentre una volta avevo una bella serie di insegne che mi allietavano il percorso. Di chi è la colpa della drogheria che vendeva il prosciutto un po’ più caro o mia che non l’ho più comprato li?

 

Insomma questo non per dire come dobbiate fare i vostri acquisti, siamo in regime di capitalismo e libertà ed ognuno si comporta come vuole, ma semplicemente per farvi riflettere sui facili trionfalismi e su tutto ciò che si cela dietro le cose.

Peraltro mi sono astenuto volutamente dal fare discorsi sul negozio “fisico” piuttosto che sull’online che sottintendono due filosofie diverse, ma anche li ci sarebbe da valutare tutte le volte che si attaccano “pipponi” al proprio negoziante per scambiare opinioni, farsi consigliare o semplicemente farsi sostituire un oggetto.

 

In tutto questo nessuno ha considerato le case produttrici. Personalmente non credo assolutamente che resteranno passive ad un’azione simile, perché può influire anche sui loro investimenti, mi viene in mente una Stratelibri che pensa di uscire con Agricola in italiano ad un prezzo non ancora definito ma che potrebbe attestarsi dai 60 Euro in su e si trova la copia in inglese a 39! Se la sentirà ancora di fare un investimento simile?

 

Sono certo che questa mia riflessione scatenerà strali e polemiche e sono dispostissimo a subirle (per me con il mio carattere non è una novità), ma già il fatto che ci si soffermi a pensare sopra qualche minuto potrebbe essere una buona cosa.

 

Nota:

Non ho volutamente portato esempi, ma tutti i dati sono stati ricavati da reali valori comparati su internet nei negozi al dettaglio.