L'azzardo che rovina la vita

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Da: Reporter.it
Un tempo si parlava di debolezza mentale, adesso il problema viene affrontato alla stregua di una malattia...
“Yudhisthira - disse Shakuni con voce squillante - sembra che non ti sia rimasto proprio niente; ma se vuoi andare avanti hai ancora qualcosa di tuo: Draupadi. Gioca anche lei, e se questa volta vincerai riavrai tutto ciò che hai perso finora”. (…). La sorprendente risposta di Yudhisthira raggelò tutti molto più della proposta. “E sia. Draupadi è ora la mia puntata”, disse. E per l'ennesima volta i dadi furono lanciati, e ancora si udì la voce di Shakuni che diceva: “Ho vinto!”. Questo è uno dei passi salienti dell'antichissimo poema indiano Mahabharata, composto da 110.000 strofe, in cui il re Yudishtira soccombe a quella che è la sua unica debolezza, il gioco, perdendo ai dadi prima tutti i tesori dei suoi regni, poi i suoi sudditi, infine i suoi stessi fratelli, il suo proprio corpo e, come ultima umiliazione, sua moglie.

Il suo avversario Shakuni, che è anche suo zio, è in pratica un giocatore professionista, e conosce bene questa debolezza del nipote nei confronti del gioco, al quale non sa resistere; sebbene, fiero del proprio elevato sviluppo spirituale, sia solito affermare: “Posso pure giocare d'azzardo, ma ciò non mi tocca”: in pratica, equivale alla razionalizzazione classica di molti tossicodipendenti, “smetto quando voglio”. E siccome Yudishtira non può ritrarsi dalla sfida senza perdere l'onore, la partita a dadi porterà alla rovina. Il gioco d'azzardo è vecchio quanto il mondo, e altrettanto antica è la consapevolezza dei suoi pericoli e delle sue lusinghe, che solo in tempi moderni però ci si è risolti a studiare in modo sistematico, considerando l'incapacità di resistere al fascino dell'alea (il caso) alla stregua di ogni altro disturbo comportamentale: una vera e propria dipendenza, assieme a quelle altrettanto note ed altrettanto recentemente studiate da sesso, lavoro, tecnologia, paragonabili a quelle legate all'uso ed abuso di sostanze stupefacenti (o, per comprendere molte altre dipendenze, sostanze psicoattive). Nel passato ci si riferiva a questi fenomeni perlopiù individuando nella persona stessa la radice del problema: mancanza di carattere, tare mentali, le conseguenze della frequentazione di compagnie fuorvianti o di un'educazione errata; tutto veniva comunque ricondotto, sostanzialmente, ad una responsabilità personale del soggetto; oggi, al contrario, si tende a ricondurre questi comportamenti a vere e proprie patologie.

SE N'È OCCUPATO ANCHE FREUD
IL PADRE DELLA PSICANALISI NE SCRISSE IN “DOSTOEVSKIJ E IL PARRICIDIO”
L'osservazione clinica sul gioco d'azzardo ha cominciato ad apparire sulle riviste mediche negli anni '50, quando già erano comparsi studi molto importanti in tutta la prima metà del secolo: Von Hattimberg nel 1914, Simmel nel 1920 e, soprattutto, la celebre monografia di Freud “Dostoevskij e il parricidio”, in cui il padre della nascente psicanalisi analizzava uno dei più famosi giocatori compulsivi della storia nel celebre scrittore russo, indicando nella radice del vizio assieme il reindirizzamento di una pulsione sessuale ed un latente senso di colpa, del quale il gioco (e l'immancabile perdita di denaro) costituiva l'autopunizione. Una nevrosi, insomma, che era considerata una sublimazione di un impulso libidico legato all'esperienza dell'individuo. Lo sviluppo della sociologia diede un importante contributo agli studi, spostando l'obiettivo dalla psiche della persona alla valutazione dell'ambiente sociale in cui il giocatore si formava ed agiva, come pure all'analisi del comportamento vero e proprio, ricercando cause, motivi, fattori scatenanti. In pratica, la domanda era, ed è tuttora: perché si gioca d'azzardo, e perché questo appare così irresistibile? Soprattutto in considerazione del fatto che da ciò deriva invariabilmente, per il giocatore, l'esporsi al rischio certo di una perdita economica; se leggera, modesta o grave dipende solamente dall'entità delle puntate.
La prima osservazione, quasi ovvia, è che il gioco d'azzardo, in sé, alla base non è altro che un gioco: una attività certamente ricca di attrattive in quanto ricreante, divertente, piacevole. Si è soliti distinguere i giochi in due grandi categorie: quelli di agone, ossia di competizione, in cui la destrezza dei partecipanti è centrale; e quelli di alea, in cui sarà solo il caso a determinare l'esito di quella che, a conti fatti, non è altro che una scommessa, nella sua forma più semplice. Tutti gli sport, ad esempio, appartengono alla prima categoria; il gioco dei dadi, la roulette, le slot machine alla seconda. Per i giochi di carte, invece, il discorso si fa più interessante, in quanto se è vero che la distribuzione è affidata al caso, sono anche necessarie buona memoria, capacità di calcolo, freddezza da parte dei partecipanti. Al di là della semplice distrazione, vi sono cause fisiologiche ben precise alla base del piacere del gioco: l'esposizione a quello che è, a tutti gli effetti, un rischio, un pericolo addomesticato, fa sì che nell'organismo vengano liberate sostanze chiamate neurotrasmettitori: recenti studi hanno rivelato che i giocatori, durante l'atto, presentano elevati tassi di dopamina (che provoca un effetto di piacevole euforia agendo come meccanismo di gratificazione) e hanno mutati livelli, rispetto al normale, di adrenalina (la sostanza che dirige l'allertamento di tutto l'organismo per fare fronte alle minacce), noradrenalina (il contrario della precedente, della quale funge da regolatore), serotonina (deputata allo stato di rilassamento che porta al sonno, e di mutamenti nella percezione sensoriale); queste sostanze, insomma, fanno sì che l'attività del gioco sia molto piacevole, e che l'esperienza sia tanto gratificante da rendere desiderabile il ripeterla. Esattamente come succede con il sesso: tutto sommato, i padri degli studi psichici erano sulla strada corretta. Stando così i fatti, ci sarebbe piuttosto da chiedersi, a questo punto, come mai molta gente non senta il bisogno di giocare.

I PUNTI DOLENTI
Come distinguere chi semplicemente si dedica ad un passatempo divertente e costruttivo, che mette cioè in opera un “comportamento sociale” (alla pari con ogni altra forma di fuga dallo stress, ricerca del piacere) da chi invece è affetto da un vero e proprio disturbo dal quale può non essere capace di liberarsi? L'American Psychiatric Association propone i seguenti criteri, dei quali almeno cinque debbono essere soddisfatti perché si possa parlare di dipendenza patologica: 1) è eccessivamente coinvolto nel gioco d'azzardo (per esempio, il soggetto è continuamente intento a rivivere esperienze trascorse di gioco, a escogitare modi per procurarsi il denaro con cui giocare, a pianificare la prossima impresa); 2) ha bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato; 3) tenta ripetutamente e senza successo di controllare, ridurre o interrompere il gioco d'azzardo; 4) nel tentativo di ridurre o interrompere, diventa molto irrequieto o irritabile; 5) ricorre al gioco come fuga da problemi o come conforto a problemi di umore (senso di disperazione, di colpa, depressione); 6) quando perde, ritorna spesso a giocare per rifarsi; 7) mente in famiglia e con gli altri per nascondere il problema; 8) commette azioni illegali come falsificazione, frode, furto per finanziarsi; 9) mette a rischio o perde una relazione importante, un lavoro o altro a causa del gioco; 10) confida negli altri perché gli forniscano il denaro necessario a far fronte ad una situazione economica disperata causata dal gioco.