Il gioco? Salva la vita (o, almeno, può salvarla)

Discussioni su tutto ciò che circonda il mondo dei giochi e che non trova spazio nelle altre sezioni del forum, come classifiche e collezioni ma anche discussioni e considerazioni su definizioni, terminologie, classificazioni, concetti e questioni di filosofia del gioco.

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Il gioco? Salva la vita (o, almeno, può salvarla)

Messaggioda cardano » 26 lug 2010, 15:01

Il gioco mi ha salvato la vita.

Non è uno scherzo. Prendete un ragazzino di 16 anni, introverso e senza grandi amicizie. Prendete un figlio unico nella famiglia del quale, da due anni, non si fa che litigare. Prendete uno studente di terza superiore al quale, da un giorno all'altro, muore il padre. Ora, prendete una persona che da allora - era il 1991 - è diventato un 35enne con un lavoro che gli piace, una compagna che adora e una figlia in arrivo. In mezzo non ci sono "solo" 19 anni. Ci sono anche centinaia, forse migliaia di pomeriggi, sere, notti (anzi: nottate) passate attorno a un tavolo con gli amici. Ore, minuti, secondi, che se non ci fossero state avrebbero potuto significare una mia vita molto peggiore. O, forse, una non-vita - qualunque cosa possa voler dire e possiate immaginare.

Forse questo non è il luogo più adatto - e spero di non andare (troppo) off topic. Ma mi piacerebbe che si cominciasse a discutere anche di come il gioco (e in particolare quello di ruolo) possa diventare terapia e (frase non esagerata, secondo me), ragione di vita. O, almeno, di una vita diversa da quella vissuta fino a prima.

Riavvolgo il nastro.

Nell'estate del 1990 c'era ancora il Muro di Berlino, c'era ancora l'Unione Sovietica e avevo 15 anni. Mia madre, forse anche per distrarmi da quello che avveniva fra lei e mio padre, mi portò in treno a Firenze. Come sempre, entrammo dentro una delle grandi librerie di allora - la Marzocco. Lì, in una stanzetta in cima a una scala, trovai un volume dal titolo strano: Middle Earth Role-playing. Ora so benissimo di cosa si tratta. Allora sapevo solo che era qualcosa legato al mio libro preferito di allora (e uno dei preferiti ancora adesso), il Signore degli anelli. Mia madre me lo comprò, senza troppi problemi. Cominciai a leggerlo e per la prima volta seppi cosa era un gioco di ruolo. Ma capii anche che c'era qualcosa che mancava: amici, compagni di gioco, per tradurlo in realtà.

Il nastro va avanti. A maggio del 1991 mio padre muore. A giugno di quell'anno ricevo una telefonata da un compagno di classe: "Oggi vieni a casa di Diego (altro amico, ndr)? Giochiamo a un gioco di ruolo". Dire di sì, inforcare la bicicletta e fare quattro chilometri sotto il solo è stata forse la miglior decisione della mia vita.

In breve, il gioco era il "Richiamo di Cthulhu". E intorno al tavolo c'erano quelli che sarebbero diventati i miei migliori quattro amici. E il quinto - io - da quel momento non sarebbe stato più lo stesso. Il gioco di ruolo mi ha insegnato (e ci ha insegnato) cosa possa essere e a cosa possa portare l'amicizia.

Forse ci vorrebbe uno psicologo o un sociologo per addentrarsi in questi concetti, ma la cosa fondamentale, secondo me, la chiave di volta è stata l'impersonificazione di un alter ego, di un avatar (anche se allora nessuno conosceva questa parola). Se ritorno con la memoria a vent'anni fa, vedo che tutti e cinque avevamo qualche problema, di varia natura. E che tutti e cinque, forse, avevamo anche qualche difficoltà nell'intrecciare rapporti sociali. E allora, il personaggio ha funzionato come uno schermo, come una prova generale dell'amicizia che sarebbe nata fra di noi. Fra un d4 e un d12 nacque quell'intesa che ti fa capire con un solo sguardo, ora come due decenni fa. Quando (penso soprattutto alle estati del 1991, 1992, 1993) ci vedevamo almeno quattro sere a settimane, più il pomeriggio del sabato.

Il nostro gruppo divenne così unito (nonostante qualche defaillances dovuta a motivi di studi o lavoro, dopo il liceo), da trasformarsi in un centro di gravità per tanti altri che, per un periodo più o meno lungo, cominciarono a giocare con noi. E tanti sono diventati nostri amici e qualcuno anche compagno per la vita.

E' inutile che ricapitoli tutta la nostra storia, che immagino simile a quella di tanti altri. Mi limiterò a qualche flash.

Fu una libidine giocare il richiamo di Cthulhu proprio mentre la Mondadori faceva uscire i quattro volumoni con tutti i racconti di HPL. E fu una goduria, qualche anno dopo, spiluccare i libri nella biblioteca della Normale di Pisa per creare il background del mio Nosferatu per Vampire: the Dark Ages.

Perché dopo Cthulhu arrivò il fantasy (D&D, AD&D) e la fantascienza (Cyberpunk). E poi il grande punto di svolta con Vampire. Ma prima ci furono altri ingredienti imprescindibili in questa mia personalissima (ma quanto, poi?) storia. Come la prima sessione condotta da Master: ero emozionato come sarei stato poi all'esame di maturità e si trattava (il cerchio del destino) di un'avventura del Girsa (per chi non lo sapesse, versione italiana del Merp).

E poi, e poi... Le sedute di Vampiri dal vivo, le serate nel locale messo a disposizione dalla circoscrizione (grazie!) per il primo embrione di un'associazione dedicata ai giochi. E i tornei, quello per Lucca Comics vinto nel 1992 e quello dell'anno successivo, finito al secondo posto.

Con gli anni sarebbero arrivate le ragazze, la laurea, i primi lavori e anche gli altri giochi. Quelli non di ruolo, quelli in scatola, i wargames dalle partite infinite. Ma la sottile linea fra me e i miei amici non si sarebbe mai rotta. Anzi, come una perla dentro un'ostrica, è diventata sempre più spessa, strato dopo strato.

Oggi viviamo in città diverse e facciamo lavori diversi. Ma quando possiamo ci troviamo ancora, per una partita da Arkham Horror o per provare l'appena arrivato Die Macher. E io - a loro insaputa - sto studiando il regolamento di Trail of Cthulhu per tornare in grande stile al gioco di ruolo, dopo qualche anno di pausa.

Tante cose devo al gioco (al pari, forse, della musica): più che rimanere vivo, ora che ci penso, la cosa più importante non è stato neanche il rimanere vivo, ma il rimanere vivo avendo accanto amici che mi ritengo privilegiato di conoscere.

E allora... come sempre, "alle nove e un quarto stasera da Diego". E stiamo attenti agli irrigatori del giardino, che entrano in funzione proprio a quell'ora!

LUCA

******************************

P.S.
Scuse a tutti per l'eccessiva lunghezza. Ma spero di avere almeno qualche risposta!
Ultima modifica di cardano il 27 lug 2010, 15:38, modificato 2 volte in totale.
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Messaggioda Simone » 26 lug 2010, 15:24

Il gioco come terapia, ma soprattutto come "educatore maximo"

Anche io devo ringraziare il gioco

A me ha regalato equilibrio e serenità, dopo tutto il resto è arrivato di conseguenza: ovvero compagnia, la Tania, le serate a spiegare dei GdT, la fondazione dell'associazione ecc ecc

Grazie a chi mi ha fatto riscoprire un bambino, un sentito grazie a Kukri
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Messaggioda Cyrano » 26 lug 2010, 15:37

Diciamo che quello che conta è l'atteggiamento "intimo" delle persone coinvolte. è quello che lega e che rende possibile queste bellissime cose.

Poi ci sono delle "molle" che fanno scattare ed uscire allo scoperto questi atteggiamenti ed il gioco è sicuramente tra queste.

Sul fatto che possa essere utilizzato come terapia si discute ancora. Ma visto che non siamo in un forum psicologico io dico CHISSENE!!!

;)

grazie per questa bellissima storia. :grin:
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Messaggioda cardano » 26 lug 2010, 15:41

Cyrano ha scritto:Diciamo che quello che conta è l'atteggiamento "intimo" delle persone coinvolte. è quello che lega e che rende possibile queste bellissime cose.

Sul fatto che possa essere utilizzato come terapia si discute ancora. Ma visto che non siamo in un forum psicologico io dico CHISSENE!!!


Verissimo, Cyrano: conta quello che abbiamo dentro, non quello che gli altri ci vogliono imporre. Continuiamo a giocare, a comprare nuove scatole, a studiare nuove regole. Così rimarremo sempre giovani.

Luca
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Messaggioda Lobo » 26 lug 2010, 16:04

Ho cominciato con i giochi da tavolo per poi passare al ruolo (incredibile scoperta dei mie 16 anni).
Da figlio unico di genitori con un'attività commerciale passavo i pomeriggi a casa di compagni di scuola.
2 volte a settimana prima di andare a nuoto (alle medie, quindi 31 anni fa) giocavo una partita con il mio amico Francesco.
Con il liceo questa piacevole routine si interruppe e nessuno aveva il mio stesso interesse finché un gruppo di ragazzi mi disse: vieni a provare D&D.
E che è?

16 anni, 1984, prima edizione dell'Advanced. Da li in poi ho giocato la qualsiasi.
Il gruppo di ruolo si è disfatto di fronte alla vita e a qualche problam intestino. Un paio si sono convertiti con me al boardgame, un paio hanno smesso del tutto, un paio sono spariti.

Il gdr ormai è un ricordo (lo riprenderò forse per mio figlio tra qualche anno), il boardgame uan droga (nonostante per un triennio sia stato intossicato da Magic) insieme al tridimensionale.

La mia vitaha subito cambiamenti e stravolgimenti di tutti i tipi, ma tre cose sono restate immutabili: giochi, cinema e fumetti.

Lobo Quando si gioca si combatte per un punto, massacriamo di fatica noi stessi per un punto, ci difendiamo con le unghie e coi denti per un punto, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei punti il totale farà la differenza!

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Messaggioda Normanno » 26 lug 2010, 16:34

E' ancora più paradossale che a me di costante resta solo il gioco! Le altre attività, incluso il "lavoro" (se si può parlare di lavoro facendo il paleontologo ed il divulgatore scientifico), vanno e vengono. Periodi senza suonare, persino quest'anno mesi in cui non mi sono allenato in combattimento (problemi di salute peggiori del solito), forse oltre al gioco resta la lettura.
E tutto sommato i giochi di ruolo (ma anche molti da tavolo) fungono pure da lettura (qualcuno aveva aperto un topic a questo proposito).

E veniamo al "valore" del gioco. Se devo basarmi su tutti i nostri parenti (i tetrapodi) beh, allora il gioco ha valore didattico; ma non so quanto sia terapeutico. Io penso che lo sia, perchè tante volte per problemi certo meno gravi qualcuno dei miei amici lo abbiamo tirato su con una o due belle partite. Il gioco è distrazione (forse per quello non amo gli scacchi ed i giochi in cui si deve solo pensare fino a farsi scoppiare la testa), e la distrazione aiuta moltissimo quando ci sono problemi.
Persino il gioco in solitario può essere un aiuto - tante e tante volte mi è capitato di restare solo e dedicarmi al gioco, a dipingere, anche solo a leggere regolamenti e background.

E poi il gioco è condivisione, e stranamente le persone con cui mi trovo peggio a relazionarmi sono quelle che non giocano (seguite da quelle che non ascoltano musica).

Boh, il topic è interessante, e probabilmente è anche molto ragionevole. Forse tutti noi sono stati "salvati" dal gioco, ed io, "corrotto" dal 1985, mi son trovato a scrivere sul poster dedicato alla memoria di Gygax per ringraziarlo: mi ha reso l'orgoglioso nerd che sono ora. Molte persone hanno commentato quella frase, tutte concordi con me, ed ovviamente il commento più bello è quello della mia consorte che ha ringraziato Gygax perchè io sono così.

E' questo il bello del gioco, no?
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Messaggioda Simone » 26 lug 2010, 16:37

La tua compagna meriterebbe che la risposassi ( o sposassi ) mille volte,vede veramente oltre ;)
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Messaggioda Galdor » 26 lug 2010, 16:51

Grazie Cardano, mi hai sinceramente commosso.

Il tuo racconto è straordinariamente Bello, scritto col Cuore... ed è il racconto di tutti noi.

Grazie
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Messaggioda Raistlin » 26 lug 2010, 20:11

Galdor ha scritto:Grazie Cardano, mi hai sinceramente commosso.

Il tuo racconto è straordinariamente Bello, scritto col Cuore... ed è il racconto di tutti noi.

Grazie


Concordo pienamente con Galdor :)

Però - e senza nulla togliere alla bellezza del giocare - io non credo che tu debba ringraziare il gioco (o almeno non solo) per quello che sei divenuto, bensì il tuo carattere e, a monte di questo, gli insegnamenti che hai ricevuto.
Le amicizie non si mantengono da sole; probabilmente sei stato un buon amico per i tuoi amici e semplicemente hai raccolto ciò che hai dato loro.
Bellissimo e toccante, nella sua piccolezza e semplicità, come tutte le esperienze di spessore condivise con persone dotate della giusta sensibilità per apprezzarle.
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Messaggioda cardano » 26 lug 2010, 23:14

Grazie a chi ha detto che il topic e'interessante. Credo che l'errore maggiore sarebbe prenderci troppo sul serio, anche se siamo i primi a sapere che il gioco e' una cosa terribilmente seria!

Ho voluto dare uno spaccato della mia vita soprattutto per capire se e quanto certe esperienze sono condivise. Non mi interessa fare discorsi nostalgici, perché voglio continuare a pensare che il miglior gioco sia quello ancora da scrivere. E quello che, magari, giocherà mia figlia fra quindici anni.
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Re: Il gioco? Salva la vita (o, almeno, può salvarla)

Messaggioda alfredo » 27 lug 2010, 0:06

cardano ha scritto:Ma mi piacerebbe che si cominciasse a discutere anche di come il gioco (e in particolare quello di ruolo) possa diventare terapia


Bella testimonianza, forse ancor più bella perchè per certi versi mi ci riconosco.
L'attività ludica come terapia è un argomento assai trattato in psicologia, anche se di trattati sui suoi effetti età infantile ne ho trovati molti, sugli effetti in adulta molti pochi.
Questa mancanza di trattazione forse è dovuta al fatto che tanti adulti smettono di giocare, mentre quei pochi che continuano non lo fanno più con curiosità e voglia di sperimentare (probabilmente non sanno che il mondo dei giochi è molto più ricco di come ce lo presentano).

Noi, che di giocare non abbiamo mai smesso, abbiamo un'arma in più che ci permette di affrontare serenamente la vita.
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Messaggioda Proto77 » 27 lug 2010, 8:01

Non posso dire di essere stato salvato dal gioco, perchè non ho mai dovuto affrontare esperienze difficili come quelle raccontate da Cardano, ma è certo che grazie al gioco ho allargato parecchio la mia cerchia di amici e ce ne sono alcuni che mi sembra impossibile averli conosciuti solo qualche anno fa.

Le donzelle invece latitano. :cry:
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Messaggioda randallmcmurphy » 27 lug 2010, 9:26

Anche per me il gioco è una costante..da SEMPRE, ma non mi sento (almeno per il mio caso..poi magari alcune cose sono inconscie e non riusciamo a focalizzarle) di conferirgli delle proprietà terapeutiche così fondamentali..

In ogni caso nell'estate del 1990 il muro di Berlino non era già caduto? Si vede che non hai mai giocato a Twilight Struggle...te lo consiglio! :grin:
« Ardo dal desiderio di spiegare, e la mia massima soddisfazione è prendere qualcosa di ragionevolmente intricato e renderlo chiaro passo dopo passo. È il modo più facile per chiarire le cose a me stesso. »
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Messaggioda cardano » 27 lug 2010, 9:53

randallmcmurphy ha scritto:In ogni caso nell'estate del 1990 il muro di Berlino non era già caduto? Si vede che non hai mai giocato a Twilight Struggle...te lo consiglio! :grin:



Hai perfettamente ragione... e pensare che Twilight struggle è uno dei miei giochi preferiti... Chissà cosa penserebbe il mio insegnante di storia!
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Re: Il gioco? Salva la vita (o, almeno, può salvarla)

Messaggioda Cyrano » 27 lug 2010, 11:17

alfredo ha scritto:
cardano ha scritto:Ma mi piacerebbe che si cominciasse a discutere anche di come il gioco (e in particolare quello di ruolo) possa diventare terapia


Bella testimonianza, forse ancor più bella perchè per certi versi mi ci riconosco.
L'attività ludica come terapia è un argomento assai trattato in psicologia, anche se di trattati sui suoi effetti età infantile ne ho trovati molti, sugli effetti in adulta molti pochi.
Questa mancanza di trattazione forse è dovuta al fatto che tanti adulti smettono di giocare, mentre quei pochi che continuano non lo fanno più con curiosità e voglia di sperimentare (probabilmente non sanno che il mondo dei giochi è molto più ricco di come ce lo presentano).

Noi, che di giocare non abbiamo mai smesso, abbiamo un'arma in più che ci permette di affrontare serenamente la vita.


Hai centrato il punto. Il gioco su chi "smette di giocare" ha un effetto quasi equamente diviso tra il terapeutico e lo spiazzante. Insomma è il classico "rimedio" (consentitemi di usare questa brutta parola) che funziona su alcune persone e su altre no. Quest a differenza di altre terapie (tipo quelle con gli animali) che, salvo particolari fobie, qualche risultato lo danno sempre.
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