Fantaghirò, giocatrice forte - una fiaba per il Natale

Signor_Darcy

Il racconto che ha accompagnato le serate di Natale di molti di noi prende nuova linfa dalla passione che così tanto tiene uniti noi goblin.

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Quella che segue è una libera interpretazione di una storia popolare, come lo erano state il Canto di Natale della Tana dei Goblin e Game Actually. Ringrazio di cuore i goblin che si sono prestati per questo racconto. Dal sottoscritto e da tutta la redazione gli auguri per un felice Natale.

C’erano una volta due regni vicini, molto vicini; così simili agli occhi di un viaggiatore, eppure da anni in guerra tra loro, senza che nessuno degli abitanti né dei guerreggianti ricordasse il motivo di tale astio.

Nel suo palazzo a forma di cubo il re - il peso degli anni, la barba imbiancata, la veste ormai logora – era in febbrile attesa, giacché la moglie stava per partorire il suo terzo figlio. Di fianco a lui, compite nei modi ma con lo sguardo velato, stavano le principesse Caterina e Carolina. Il re guardò le due bambine, negli occhi la certezza che finalmente sarebbe arrivato anche l’erede, colui che in futuro avrebbe piazzato i lavoratori del regno al posto suo.

Il re attente ansioso la nascita del terzo figlio
Che sarebbe nato un maschietto il re era sicuro: più volte durante la gravidanza della regina era stato rassicurato in tal senso dai due indovini di corte e di loro si fidava, giacché avevano sempre ben interpretato l’andamento della guerra, rivestendo una grande importanza per il generale dell’esercito reale. Il suo pressante desiderio di paternità non avrebbe avuto ostacoli, questa volta.

Anche se c’era stata quella profezia. La donna era apparsa dal nulla tra le colonne della sala del trono, si era avvicinata a grandi passi al re e aveva tuonato che sarebbe stata una terza ragazza a garantire l’equilibrio – “il bilanciamento delle meccaniche”, così aveva detto. Il re, in preda all’agitazione, aveva ordinato al generale di catturare la donna; ma questa, tra lo stupore generale, era scomparsa davanti ai loro occhi.
“Bah, non devo certo preoccuparmi delle parole di una megera”, si ripeté per la millesima volta il monarca nel momento esatto in cui, improvviso pur se atteso, uno strillo acutissimo riempì il silenzio ansioso che colmava d’angoscia il cubo che dominava la valle.

***

“Fantaghirò, dai, tocca a te!”, disse Carolina prendendo le risorse dalla riserva comune. Voleva molto bene alla sorellina, nonostante il suo carattere difficile che, più di una volta, aveva costretto il burbero padre a metterla in castigo, giù nel pozzo, in compagnia dei topi; o in cucina, a pelare patate. Fantaghirò sbuffò, poi eseguì la sua mossa senza pensarci troppo come sempre, la noia che stava prendendo il sopravvento. “Se proprio devo, dopo giochiamo a Fantascatti, almeno!”, propose speranzosa. Mentre defustellavano un nuovo gioco, i custodi della biblioteca reale guardavano divertiti la scena.

I custodi della biblioteca reale
Il re non l’aveva mai accettata del tutto; ancora una volta – così pensava - l’alea della vita umana aveva avuto la meglio sulla strategia che aveva pianificato. Quando seppe che avrebbe avuto una terza figlia sembrò mancargli il fiato per un momento; e in verità da allora non era stato più lo stesso: nemmeno le partite a I castelli della Borgogna riuscivano a fargli tornare il sorriso perduto, anche ora che erano passati diciotto anni. Il suo malumore non faceva che acuire la preoccupazione che gli derivava dal perenne conflitto col regno rivale, dal continuo rimpallo tra le promesse di una vittoria definitiva fatte dagli indovini e i rapporti allarmati del generale, cui ormai aveva delegato la gestione della guerra.
Ma voleva provarci lo stesso a volerle bene; un giorno le aveva proposto di scegliere un gioco per la serata e Fantaghirò, pur di malavoglia, aveva scelto Wingspan. Il re non ci aveva più visto: fu solo per il pronto intervento delle sorelle, che stavano giocando a Le Havre al tavolo di fianco, che la piccola non fu cacciata dalla fortezza.

***

Il principe era già un giovane alto, sano e avvezzo ai ferroviari quando sul padre morì. Per ironia della sorte, il defunto sovrano mal sopportava l’eliminazione dei giocatori a partita ben lungi dalla conclusione.
Romualdo si trovò pertanto a essere proclamato re senza che avesse mai voluto realmente diventarlo; a quel punto era irrimediabilmente diventato tutto fin troppo reale: il suo paese era in guerra e le miniature di quella guerra erano uomini veri.

Re Romualdo è pensieroso
La sera stessa dell’incoronazione, pur di distrarsi un po’, insieme ai due inseparabili compagni Ivaldo e Cataldo aveva giocato a Maria. Come spesso accadeva, Romualdo aveva tenuto per sé il ruolo più intrigante del gioco, quello del prussiano; eppure quella volta le cose non si erano messe benissimo: Ivaldo aveva manovrato benissimo le truppe austriache, mentre Cataldo aveva stretto con lui un accordo i cui effetti gli avevano tagliato le gambe anche nella mappa delle Fiandre: “Eh, caro Romualdo: mi sa che devi spendere qualche punto abilità in diplomazia”, lo aveva canzonato l’amico. Romualdo aveva sorriso senza troppa convinzione, un velo di tristezza sul volto.

***

Erano tutti schierati  accanto al trono. Il cerimoniere aveva annunciato i tre principi dell’astratto regno di Assabal, i quali erano arrivati offrendo alleanza militare e recando giochi in dono, a condizione che le tre principesse giocassero con loro almeno una volta a settimana. Carolina e Caterina, per amore del padre, pur riluttanti, avevano accettato ingoiando il rospo. Quando il terzo dei barbuti giovanotti porse il suo gioco a Fantaghirò, però, la fiera ragazza sbottò. “Padre! Ti deluderò ancora. Ma non succederà mai. Lo sai che detesto i giochi in cui si deve pensare, non sacrificherò la mia felicità per la tua stupida guerra”. Il re la guardò furioso. le due figlie maggiori fecero un passo indietro, imbarazzate.
Issibil, principe di Assabal
“E pensate a quelle sventurate delle mie sorelle” continuò inviperita la ragazza. “Caterina detesta la mancanza di variabilità; e Carolina odia l’interazione diretta, anche se entrambe non lo ammetteranno mai”. Le due sorelle avvamparono. “Quest’alleanza non si farà mai!”, tuonò ancora Fantaghirò prima di fuggire dalla sala. I tre giovanotti, offesi, voltarono le spalle alla corte.
Il re si mise a urlare di rabbia.

***

“Sono stanco della guerra, amici”, esclamò il giovane all’improvviso guardando senza vederle le carte azione che aveva in mano. “Mi accorderò col re avversario perché si ponga fine alle ostilità. Insieme.”
“Questa cosa è preoccupante, Romualdo” disse Ivaldo dopo qualche istante di pesante silenzio. “Tu odi i cooperativi.”

***

“Generale, ti ho fatto chiamare perché è arrivata una missiva urgente. Re Romualdo propone una sfida risolutiva. Una partita per decidere l’esito della guerra. A un ibrido!”, disse il vecchio sovrano.
“Non accetti, maestà: è un trucco”, rispose l’esperto militare, fin troppo repentinamente. “Il giovane re è incerto, pieno di dubbi e di paure dopo la morte del padre; sicuro è una mossa per prendere tempo. Anzi, dico io, approfittiamone. Lanciamo un’offensiva!”
“Non so, generale. Non so. Sono stufo di tutto questo sangue versato. Ascolterò i miei indovini, forse”, propose dubbioso il re, probabilmente cercando un appiglio per prendere una decisione.
“Sire, permetta che vada io a chiamarglieli”, disse il generale, inchinandosi prima di lasciare la stanza del trono.

Ossobol, principe di Assabal
Appena fu giunto nei sotterranei trovò i due indovini curvi su un pentolone e spiegò loro brevemente la situazione. “Non possiamo rischiare che la guerra finisca, maledizione. Proprio ora che il vecchio stava cominciando a delegare a me le decisioni strategiche.”
“Ma generale, non potete esporvi così tanto!”, disse l’indovino con la barba.
“No, non posso”, ammise pensieroso il militare. “Devo sembrare dalla sua parte, a favore di questa stramaledetta pace.”
“Io ho un’idea”, si intromise l’altro indovino, che tutti chiamavano magio. Egli spiegò quello che aveva in mente, mentre il generale sogghignava.
“Ottima idea, ciarlatano dei miei stivali”, esclamò il militare. “Siamo d’accordo, vero?”, aggiunse mentre lanciava un pugno di monete sul tavolone polveroso.

“Deve accettare la sfida, mio sovrano”, esordì l’indovino con la barba scura.
“Ma la carta evento è chiara: a giocare dovranno essere le sue figlie”, aggiunse il magio.
“No! Non esiste! Carolina non può vedere un dado nemmeno in cucina; e Caterina ha paura perfino a toccare qualcosa che non sia fatto di legno.”
“Ma le carte…”, insistette l'indovino.
“Non se ne parla neppure! E Fantaghirò, poi, che non va oltre i giochini. Non possono essere loro a tenere alto l’onore del gioco alla tedesca.”
“Seguite il consiglio dei vostri indovini, vostra maestà”, si intromise il generale. “Non vi hanno mai tradito”.

***

Gli indovini del re
Fantaghirò quando si sentiva triste si nascondeva nella foresta, prendeva un pugno di cubetti dalla tracolla e li scagliava con forza contro gli alberi pur di sfogare la sua rabbia. Quel giorno successe però che uno di quei cubetti – che per la verità aveva preso una traiettoria poco credibile – colpì nell’occhio un cavaliere che passava di lì.
“Ahi!”, disse improvvisamente Romualdo. Fantaghirò non resistette all’istinto di scappare.
“Che succede?”, chiese indispettito Cataldo.
“Mi ha colpito qualcosa in un occhio.”
“Guardate, lì per terra: è… un cubetto!”, esclamò Ivaldo. “Cosa ci fa un cubetto in questa for…”
“Zitti!” lo interruppe Cataldo. “Ascoltate!”
Un rumore di passi che si allontanavano proveniva dalla grande radura; Romualdo colpì il cavallo coi talloni e partì al galoppo. Raggiunse la figura che correva in pochi istanti e, scendendo di cavallo con grande agilità, la afferrò per le spalle, voltandola. Restò impietrito.
Era una ragazza.
“Cosa ci fai in questa foresta? Non lo sai che è un luogo pericoloso?”
“Pericoloso? Per voi, forse. Io non ho paura di nulla”, disse lei.
“Be’, stai attenta lo stesso”, disse lui mentre i suoi amici accorrevano.
“Chi è, Romualdo? L’hai preso?”, chiese Ivaldo.
“Romualdo? Voi siete re Romualdo?”, esclamò Fantaghirò senza riuscire a dissimulare il suo stupore. “Voi sareste il paladino degli American?”, domandò lei sghignazzando.
“Ohi, ragazzina, porta un po’ di rispetto!”, si intromise uno dei nuovi arrivati.
Cataldo maneggia la sua arma
“Cataldo, lascia stare, non sa quello che dice. Ora, per favore, signorina, vi prego di uscire da questa foresta.”
Fantaghirò, ancora sorpresa di trovarsi di fronte al suo avversario designato, decise di sfruttare il momento. “Altrimenti?”
“Altrimenti? Non lo sai chi vive in questa foresta?”
“No”, rispose lei sardonicamente. “Illuminatemi.”
“Qua vicino c’è la grotta della bestia sacra dei cinghiali. Noi giocatori esperti possiamo anche farcela a sopravvivere; ma non una babbana come te.”
“Guarda che io sono giocatrice tanto quanto voi!” rispose lei, piccata, mentendo per orgoglio.
“Ah sì?” chiese lui, dubbioso. “E da quando i giocatori seri lanciano i materiali in giro?”
“Fatemi strada per la grotta!”, tagliò corto lei.
“Ma sei impazzita? Ti stritolerà di ferroviari!”, insistette Romualdo.
“Fatemi strada, ho detto!”, berciò lei di rimando.

***

“C’è nessuno?” Fantaghirò avanzava nella penombra, esibendo un coraggio che in fondo non provava. “Ohi!”
Mise il piede in una pozza d’acqua. Rabbrividì. Un topo squittì in lontananza.
Si udì un suono flebile, come di passi lontani. Ciac. Ciac.
“Chi è là?”, chiese Fantaghirò.
Ciac. Sempre più vicino.
Ciac.
La vecchina porge un gioco a Fantaghirò
Fantaghirò si mise in posizione difensiva. “Chi sei?”
“Calma, ragazza, calma”, disse una debole voce da anziana. “Dammi un istante, giovane.”
Ciac. Ciac. Crac. Anche le ginocchia ci misero del loro.
“Alla mia età, questi sforzi…” La vecchina inciampò e quasi cadde; tese la mano rugosa a Fantaghirò.
“Aspetta, t’aiuto”, disse la principessa afferrandola. “Ecco, sei in piedi. Cosa ci fai qua? È un luogo pericoloso”.
“Io lo so”, rispose sarcasticamente la donna, porgendo una scatolina a Fantaghirò. “E tu?”

“CHI SEI?” La caverna rimbombò una voce grossa. “SEI QUI PER GIOCARE?”
Fantaghirò si avvicinò a un’immensa libreria in roccia e provò a strizzare gli occhi per vedere cosa ci fosse sopra. “Non so, giochiamo al buio?”, disse sarcastica e spavalda. “Accendi qualcosa, per favore.”
“UMPF… ECCO.”  Una torcia su una parete si accese improvvisamente; Fantaghirò la afferrò e cominciò a esplorare la stanza. Sulla libreria c’erano centinaia di scatole enormi, quasi tutte vecchie di decenni. La ragazza soffiò; una scatola rivelò durate da pranzo di Natale. “Mamma, aiuto”, pensò tra sé e sé. “Nemmeno se mi pagassero”.
“Scegline uno tu”, propose la bestia emergendo dalla penombra. Aveva una statura imponente e una barba scura e ispida. “Tanto ti sconfiggo uguale: lo sai che io vivo per far perdere gli altri, vero?”

Romualdo era agitato. “Non avrei dovuto lasciarla entrare. Maledizione… Ora entro!”
“Fermo! Cazzo dici? Finirai col morale a pezzi. O peggio: ricordi che fine ha fatto il vecchio compagno d’armi di tuo padre?”, disse Ivaldo.
“Diciotto partite consecutive a Star Wars Rebellion. Senza dormire”, aggiunge Cataldo, rabbrividendo al ricordo.
“Non m’importa. Entro lo stesso. La tirerò fuori!”
“Esco da me, grazie.” Gli fece eco Fantaghirò, trionfante.
I tre uomini la guardarono con stupore. “Ragazzina! Ma come… come hai fatto?”
“Ho proposto alla bestia di giocare a questo”, disse lei mostrando ai tre Armi e acciaio. “È bastato spacciarlo per un gioco di civilizzazione”.

***

La sacra bestia della caverna
La sera prima della partita decisiva il generale fece la sua mossa. Annunciando la sua presenza, entrò nella tenda di Fantaghirò.
“Principessa; ci siamo quasi per la sfida, eh?”, le chiese.
“Già. Se non altro domani questa guerra finirà”, rispose lei quasi con rassegnazione.
“Non la vedo convinta, vostra altezza.”
“Ma no, è che... ho conosciuto re Romualdo e i suoi consiglieri, sa? Penso che le mie sorelle possano farcela nonostante me.”
“Ne è sicura? Le principesse non le vedo a loro agio all’idea di giocare a un ibrido.”
“Non lo sono, infatti”, convenne lei, lieta di potersi sfogare un po’ con un uomo di fiducia di suo padre. “Impazziscono solo all’idea di non aver il controllo di un gioco. Ma non abbiamo alternative, vero?”, chiese cercando appoggio.
“Infatti”, disse lui, annuendo con una convinzione che non provava.

Lasciata la ragazza, il generale si recò verso la tenda con le tavole per i pasti, dove stavano le due sorelle maggiori. Il suo piano stava prendendo forma. Un sorriso sinistro comparve sulla sua bocca.
“Principessa Carolina, principessa Caterina. Permettete una parola?”, disse entrando nel locale.
“Certo, generale. Dite pure”, le rispose Carolina.
“Vedete, sono preoccupato: vostra sorella si è lamentata di voi: ha paura che le facciate perdere la sfida. Se posso darvi due consigli...”
“Cos’è che ha detto Fantaghirò?”, avvampò subito Caterina.
“Quello che vi ho appena detto; sapete, ci tiene molto alla partita.”
“Certo, ci tiene molto. LEI!”, urlò Caterina. “Lei che non è capace di ascoltare una spiegazione di più di cinque minuti! Quella viziata… Vieni, Carolina. Stavolta mi sente.”
Le due ragazze partirono come furie, lasciando il generale dietro di loro. Non poterono vedere il ghigno sul suo viso.

Il compagno d'armi stremato dalla sacra bestia
Caterina entrò nella tenda come una furia. “Così non ci ritiene degne, eh”?”
“Che intendi, Caterina? Non capisco”, disse Fantaghirò, sorpresa.
“Non fare la finta tonta: lo sappiamo che sei andata dal generale a lamentarti di noi.”
“Lamentarmi? Ho solo detto che non siete a vostro agio…”
“Non lo neghi, dunque!”, si intromise Carolina.
“Ma negare cosa? Ma se siete voi le prime a lamentarvi della sfida!”
“Sai cosa, stronzetta? Sbrigatela te da sola. Noi torniamo a casa”, disse Caterina, sentendosi autorevole come non si era mai sentita prima.
“Ma…” Fantaghirò non capiva. “Sorelle...”

Caterina e Carolina non persero tempo; fecero sellare i cavalli e partirono, lasciando Fantaghirò da sola.

Più tardi, quella stessa notte, dalla tenda del generale si sentì fuoriuscire una risata lunga e quasi irreale.

***

“Da sola non potete farcela, Fantaghirò. Il trono di spade è un gioco di alleanze, e in tre contro uno non avreste speranze nemmeno foste una campionessa”, disse il generale. “E, senza offesa, non lo siete”.
“Non temete: so quello che faccio”, disse lei montando a cavallo.
Lui fece un cenno con la testa, mostrandosi preoccupato; ma gli occhi raccontavano un’altra storia.

Un uomo non capisce un regolamento
Fantaghirò fece qualche metro; poi, quando fu sicura di essere fuori dal campo visivo del generale, avvicinò un soldato calvo che stava sonnecchiando, russando di tanto in tanto. “Ehi, tu! Vuoi guadagnare due soldi?”, gli disse perentoria.
“Cos… Eh?”, disse lui, spaventato. “Dite a me?”
“Non vedo nessun altro”, disse Fantghirò e, quando l’uomo si mise sull’attenti pronto per ascoltare, continuò. “Tra mezz'ora parti a cavallo, dirigiti verso la radura dove ci sarà la partita e avverti che le mie sorelle hanno avuto un incidente e che devo rinviare la sfida.”
“Va bene, principessa.”
“È tutto chiaro?”, chiese lei, dubbiosa.
“Si fidi di me”, rispose lui, trattenendo un attacco di singhiozzo.
Fantaghirò fece un cenno con la testa, in cuor suo non troppo convinta. Poi ordinò al cavallo di ripartire al galoppo. L’uomo attese paziente che passasse la mezz'ora, poi partì puntuale. Lungo il percorso, tuttavia, trovò quasi subito un uomo brizzolato che lo guardava implorante con un fascicolo in mano. “Cavaliere, mi aiutereste? Ho un dubbio su un regolamento…”
“Un’altra volta, forse, si sposti!”, rispose l’uomo calvo dopo averci pensato qualche secondo: era la prima volta che negava un aiuto a un giocatore e si sentiva a disagio; ma non poteva fare altrimenti. “Ora sono impegnato!”
Ripartì al galoppo ma, due minuti dopo, si dovette fermare ancora. Un uomo dal mento pronunciato comparve a bordo strada mostrandogli una scatola di Wir sind das Volk! “Vuole fare una partita, signore?”, chiese.
L’uomo calvo pensò al gioco, desideroso; ma poi si ricordò della promessa fatta a Fantaghirò. “Un’altra volta. Largo! Largo!”
Un giovane propone una partita
Fece qualche centinaio di metri, superando una lieve altura; all’improvviso vide quattro uomini divertiti, seduti attorno a un tavolo di legno all’ombra di un rovere. Su quel tavolo c’era un invitante fiasco di vino, un salame affettato e, pronto per essere giocato, c’era Nemesis. Un posto era vuoto.
Il soldato si sedette sbavando.

Romualdo e i suoi amici attendevano impazienti: nessuno dei tre campioni del re avversario si era ancora presentato. Ivaldo giochicchiava con le truppe dei Lannister, Cataldo sbuffava mentre impilava i gettoni comando. In cielo il sole picchiava sempre più forte e la leggera ombra del gazebo non aiutava certo a stemperare la tensione.
All’improvviso si avvertì un cavallo al galoppo; i tre volsero la testa e si stupirono di vedere la ragazza della foresta. “Tu? Cosa ci fai qui?” Chiese Romualdo, incredulo.
Lei prese posto al tavolo. “Sono qui per giocare. I miei compagni saranno qui a breve.”
Ivaldo emise un suono di sorpresa. Romualdo si strofinò gli occhi.

“Allora? Sono quaranta minuti che aspettiamo”, esclamò Romualdo, infastidito. “Gli altri due campioni del vostro re arrivano o no?”
“Un attimo di pazienza, su”, rispose seccata Fantaghirò. “Cominciate a scegliere quale… ehm… squadra volete.”
Il soldato cede alla tentazione
Romualdo la guardò, perplesso. “Casata, semmai”.
Poco lontano delle oche starnazzavano.

“Adesso basta, ragazza. Iniziamo o questa sfida non si farà. Né ora né mai”, disse spazientito Romualdo.
“Vostra Maestà davvero oserebbe sfidarmi sapendo di giocare tre contro uno?”, chiese lei, impertinente.
“Vi ho dato una possibilità; ma non accetto di essere preso in giro. Forza!”
Fantaghirò, riluttante, chinò il capo e guardò il tabellone. Si sentì girare la testa.

Aveva appena preso la mano inziale degli Stark quando sentì qualcosa che gli picchiettava la gamba. Una, due, tre volte. Fece cadere un gettone e, scusandosi, si chinò sollevando la pesante tovaglia. Con sua enorme sorpresa vide un’oca che la salutò. “Cos…”, sussurrò. “Un’oca? Non... non può essere reale.”
“Anche tu hai avuto giornate migliori, immagino”, rispose sarcastica quest’ultima.
Un'oca aiuta Fantaghirò
“Tu parli? Ma come…”, disse lei senza quasi fare rumore.
“Tutto bene lì sotto?”, chiese Ivaldo parecchio divertito. Romulado gli diede un colpo sul braccio.
“Tieni” disse l’oca passandole una scatola. “Proponi questo.”
“Ma non ci so giocare!”, disse lei, sempre più confusa.
“Oh, sì che ci sai giocare”, rispose l’oca, annuendo.
Fantaghirò prese la scatola e se l’infilò rapidamente nella borsa. Poi riemerse dalla tovaglia.

“Perché proprio Il trono di spade, Romualdo?” Chiese appena si fu risistemata al tavolo.
“Che domande: perché è un ibrido, per sei, fortemente diplomatico. Che c’è di meglio per risolvere una guerra senza spargimenti di sangue?”, rispose lui, serissimo.
“E poi, sapete, Romualdo gioca classico”, intervenne Cataldo, facendo l’occhiolino a Ivaldo.
“Qualcosa in contrario?”, domandò Romualdo, rivolgendo un’occhiataccia all’amico.
“Voi che dite?”, disse Fantaghirò. “Voi siete in tre, io da sola.”
“Eccola! La tecnica del pianto!”, la irrise Romualdo. “Fantastico!”
“Sfidatemi a un gioco per due. Vediamocela tra di noi”, propose Fantaghirò con fare combattivo.
Lui rimase interdetto. Guardò i due amici per cercare un consiglio.
Lei si alzò, trovando un coraggio che non sapeva di avere. “Sfidatemi, ho detto!” Fantaghirò prese la scatola dalla borsa e la scagliò con forza contro il re avversario.
“Ahia!”, disse re Romualdo, colto di sorpresa.
“Come osate?” Si intromise Cataldo.
“Non sto parlando con te!”, gli ringhiò lei di rimando.
“Cataldo, ci penso io”, disse Romualdo appoggiando una mano sulla spalla dell’amico. “Che duello sia!”

Il generale trama nell'ombra
Caterina e Carolina erano in vista del grande cubo che dominava la valle. “A casa, finalmente.”
Stavano per arrivare al ponte levatoio quando Caterina, improvvisamente, fece fermare il cavallo.
“Carolina”, chiese. “E se Fantaghirò dovesse fallire?”
“La guerra continuerà, Caterina. I soldati moriranno ancora a decine. Il re nostro padre cadrà nella depressione”, disse con sconforto. “E il generale sarà… aspetta!”
“Sarà cosa?”, chiese Caterina, facendo fatica a star dietro ai pensieri della sorella.
“Sarà sempre più potente. Che cretine che siamo. Ci ha messo lui una contro le altre!”
“Corriamo da nostro padre, Carolina. Veloci!”
Le due donne non erano grandi cavallerizze; ma quella volta gli abitanti del regno videro due cavalli lanciati al galoppo mentre in cielo una nube oscurava il sole e, nel bosco, i corvi sentivano che qualcosa stava per succedere e gracidavano ansiosi.

“Assassino!” chiamò Romualdo, ironicamente nei panni del re.
“Eccomi!”, disse Fantaghirò, mostrando la carta. “Uccido il vescovo”, aggiunse scrutando gli occhi del suo avversario. Lui sembrò non muoversi. La principessa prese due monete dalla riserva e giocò la sala da ballo.
“Esattore delle tasse”, continuò lui. Nessun cenno da parte di lei.
“Mago.” Niente.
“Re.” Lei mostrò la seconda carta.

Nella sala del trono il re fu sorpreso quando vide le due figlie maggiori rientrare. “Caterina! Carolina! Che ci fate qui? Dov’è vostra sorella?”
“Presto, padre! Dovete intervenire! Il generale!”
“Che cosa vuoi dire, Carolina?” chiese lui, confuso.
Ivaldo mostra i muscoli
“Il generale ci ha messo una contro l’altra. Ce ne siamo rese conto quando ormai avevamo lasciato sola nostra sorella, in preda alla rabbia”, disse la donna senza prendere fiato.
“Intende solo continuare la guerra. Ma non è troppo tardi per fermarlo”, continuò Caterina.
“Fandonie! Dov’è Fantaghirò?”, ruggì lui!

"Architetto!”, chiamò Fantaghirò. Romualdo mostrò la carta e mise la mano sul mazzo dei quartieri.
“Non dimenticate niente, vostra maestà?”
“Cazzo, la sala da ballo!” si disperò Romualdo.
“Condottiero!” disse lei esultante. Costruì il settimo edificio e contò le monete rimaste. Poi si fermò.
“Io… non posso…” si alzò di scatto.
“Che fate? Finite la partita”, disse lui.
“Non posso. Scusatemi”. Fantaghirò fuggì.
Un’oca starnazzò.

***

Quando Fantaghirò tornò all’accampamento, in lacrime, trovò suo padre e l’intera corte ad attenderla. Abbracciò le sorelle, poi si inginocchiò davanti al re e gli raccontò quanto era successo. “Padre, non potevo vincere così!”, disse Fantaghirò disperata. Carolina, dietro al sovrano, aveva gli occhi umidi; Caterina singhiozzò.
“Sei la vergogna di questa casata! Avevi la vittoria in pugno.”
“No, padre. Stavo imbrogliando. Non avrei potuto vincere così”, si giustificò lei, orgogliosa di sé stessa come non lo si era mai sentita.
Il vecchio re sospirò. “Un giorno mi passerà, forse. Ora torniamo al castello. Andrai nella torre; e ci rimarrai fino a che non deciderò altrimenti!”
Lei fece un cenno con la testa, senza il coraggio di alzare lo sguardo.
Il ritratto di Caterina appeso nel castello
A fianco del re, il generale camminava a testa alta. “Ben fatto, maestà”, disse.
“Certo”, disse il sovrano. “Certo…”

***

“Sire! Re Romualdo e i suoi scudieri!” Annunciò il maestro di cerimonie.
“Fateli entrare.”, rispose il re, sinceramente sorpreso.
I tre uomini entrarono, i cappelli in mano. “Veniamo in pace, vostra maestà!”
“Mi hanno riferito che mia figlia non ha voluto sconfiggerti”, disse lui, non sapendo bene come esordire.
“In cuor mio ho accettato la sconfitta, maestà”. Sono qui per proporvi una tregua duratura. “Basta guerre.”
“Menzogne!” tuonò il generale, spingendo via a spallate due servitori. “Tutte menzogne!”
Il re volse pesantemente lo sguardo al militare: nei suoi occhi vide la fierezza di sempre.
“Guardie!”, ruggì, la voce appena velata da un’ombra di disperazione. “Arrestate quest’uomo!”
I soldati si mossero versò Romualdo.
“Non lui, idioti!”

***

“Ho detto che non voglio vedere nessuno!”, urlò Fantaghirò quando sentì bussare.
“Nemmeno una vecchia amica?” disse una voce. Da dentro la stanza. Fantaghirò si girò, sorpresa.
“Chi parla?”, disse con voce spaventata.
“Io! Non aver paura”, disse un topolino, che un istante dopo si tramutò in una strega.
“Chi siete? Non… non capisco!”
La strega si rivela a Fantaghirò
“Io sono colei che ti ha sempre guidato, Fantaghirò”.
“Voi… voi siete la donna della profezia!", esclamò la ragazza. La strega annuì. "La bibliotecaria me l’ha raccontato”, continuò la principessa, intuendo in cuor suo la verità.
“Sono io, Fantaghirò. Ma sono anche l’oca, se è per questo; e anche la vecchina; e ho distratto soldati; e pure dirottato cubetti; e chissà cos’altro, nemmeno lo ricordo”, rispose candidamente la strega.
Fantaghirò era sgomenta. “Perché?”
“Perché era la cosa giusta da fare", disse lei dolcemente. "Ora renditi presentabile, mia cara”.

***

Caterina e Carolina accompagnarono i tre uomini nella libreria di corte.
Fu Cataldo a rompere il silenzio: “Notevole collezione, principesse. E ditemi: avete anche giochi belli?”
Ivaldo scoppiò a ridere, mentre Romualdo incenerì con lo sguardo Cataldo.
“Ne vorreste qualcuno anche voi, vero?”, rispose Carolina, tenendo testa all’uomo.
Cataldo rise; e perfino Romualdo cominciò ad allentare la tensione.
“Chi erano i vostri campioni per la sfida?”, chiese improvvisamente Ivaldo, ora che lui e i suoi amici stavano cominciando a entrare in confidenza con le principesse. “Perché se n’è presentato solo uno?”
Le due donne arrossirono. “Beh, vedete…”
Fantaghirò propone un gioco
“Perché le mie due sorelle sono troppo forti per voi!”, disse una voce in fondo alla sala.
Si voltarono tutti.
“Voi?”, esclamò stupito Romualdo.

***

“Siete sicuro di voler partire, padre?”, chiese Caterina.
“Sì, figlia mia. Voglio andare in giro a raccontare questa storia per tutta Europa, da Essen fino a Modena. Lascio il regno – anzi, i regni! – in buone mani.”
Il re sorrise; poi diede una carezza a Fantaghirò. “Scusami. Per tutto”, disse trattenendo a fatica le lacrime. “Scusami”.
“Non ti preoccupare, padre”, disse sua figlia. “Vi perdono e vi capisco”.
Il re singhiozzò; montò a cavallo e partì per non farsi vedere mentre piangeva.
Il silenzio era tangibile; Romualdo stringeva le spalle di Fantaghirò, mentre Cataldo teneva sottobraccio le due sorelle maggiori.
Il sole stava tramontando lentamente su un reame unito e finalmente in pace; Ivaldo guardò i suoi amici, poi fece la sua proposta.
“Dopo cena Specie dominanti?”

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Tanta attesa non era mai stata così ripagata. Sei un folle, forse financo un drogato per partorire siffatti testi, ma continua così e prendi le stesse robe ché ti fanno bene!

SEMPLICEMENTE EPICO!

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Ahahahah ma quanto ti ci è voluto? Comunque Ivaldo incute timore sopra ogni altro

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92 minuti di applausi!!!!!!!!  Fantastico :) 

Ivaldo TOP!!!

Quando smetti di giocare non sei adulta. Sei spenta

Grande Darcy, me lo leggerò poco a poco ... in attesa di sapere se Ivaldo avrà la sua agognata ricompensa . Grazie di cuore per averci dedicato questa Opera 😘. Buone feste 

Bello, bello, bello.

Ma sbaglio, o il Capo Redattore fa sempre la parte del cattivo?

Bravo bravo il nostro darcy!!!! Anzi può darcy [cit.]

Sendo, dunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi.

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👏👏👏👏

...we are all noble enough in our madness...

Auguri a tutti!!! Fantastica!!!!!

Grazie, Signor Darcy. Ormai la sua fiaba di Natale è tradizione, come vedere Una poltrona per due il 24 sera!

Cercate di vedere voi stessi nei vostri avversari. Vi porteranno a capire il Gioco. Ad accettare il fatto che il Gioco riguarda la gestione della paura. D.F. Wallace, Infinite Jest

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